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	<title>Graziano Delrio</title>
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		<title>Sulle società partecipate dai Comuni</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 16:29:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<img src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2012/02/autobusneve1-150x150.jpg" alt="autobusneve" title="autobusneve" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1827" />Oggi, alla presentazione della ricerca sulle Imprese partecipate dei Comuni presso ANCI, abbiamo lanciato due proposte: una commissione pubblica sugli sprechi delle municipalizzate e un’indagine sulle quote azionarie inutilizzate, che i Comuni potrebbero cedere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1826" title="TPL neve" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2012/02/autobusneve-300x225.jpg" alt="TPL neve" width="300" height="225" />Oggi, alla presentazione della ricerca sulle Imprese partecipate dei Comuni presso ANCI, abbiamo lanciato due proposte: una commissione pubblica sugli sprechi delle municipalizzate e un’indagine sulle quote azionarie inutilizzate, che i Comuni potrebbero cedere. I Comuni non temono la trasparenza dei dati ed il confronto, anche se il tema delle liberalizzazioni dei servizi pubblici va affrontato con cautela e senza pregiudizi. I dati presentati oggi dimostrano che il fenomeno delle società partecipate dai Comuni va ampiamente ridimensionato, ma occorre distinguere caso per caso: un conto è una società che nasce per un’ esigenza personale, altro è un’azienda che garantisce un servizio pubblico. La diversità non deve essere una scusa per non colpire le inefficienze. E poi, che che fine faranno, una volta sul mercato, i servizi adesso gestiti dalle municipalizzate?<br />
Se si dice che i Comuni devono uscire dai servizi pubblici, chi mi garantisce che un servizio che si riveli non redditizio verrà ancora assicurato ai cittadini? Ci sono servizi, come la metropolitana di Londra, gestiti in perdita, eppure hanno un impatto notevole sulla qualità della vita dei cittadini. Bisogna tenerne conto prima di tagliare.<br />
I Comuni comunque sono pronti a confrontarsi con il Governo su liberalizzazioni e municipalizzate, partendo dai cinque progetti presentati dall’Anci sul futuro del Paese: Per cambiare occorre tenere conto sia dell’efficienza economica, sia soprattutto dell’interesse dei cittadini e del valore sociale dei servizi loro assicurati.<br />
Le società partecipate dai Comuni – in media e come trend generale – sono gestite in maniera efficiente e producono valore: il 16,5% delle imprese ha un amministratore unico; il 34,5% ha consigli d’amministrazione con meno di tre consiglieri; complessivamente nel 2009 hanno prodotto oltre 243 milioni di utili.<br />
(Ulteriori informazioni sul sito di <a href="http://www.anci.it/index.cfm?layout=dettaglio&amp;IdSez=810124&amp;IdDett=34681" target="_blank"><strong><em>ANCI</em></strong></a>)</p>
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		<title>Bisogna rivedere al più presto il patto di stabilità</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 12:27:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<img src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2012/02/patto-stabilità1-300x225.jpg" alt="patto stabilità" title="patto stabilità" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-1822" />Proporrò al Consiglio dell'Anci di violare il patto di stabilità in casi specifici, ad esempio per consentire interventi di messa in sicurezza dei cittadini.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2012/02/patto-stabilità1-300x225.jpg" alt="patto stabilità" title="patto stabilità" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-1822" />E&#8217; da un mese che dico al governo che a fine febbraio per l’Anci, cioè per i sindaci italiani, scade il termine per la modifica del Patto di stabilità. Non si possono obbligare i Comuni a pagare i fornitori entro 60 giorni e poi impedire i pagamenti perché vi sono i vincoli del Patto di stabilità. Se non si modificano queste regole, proporrò al Consiglio nazionale dei sindaci di considerare l&#8217;ipotesi di violare il Patto riguardo agli interventi che riguardano la sicurezza dei cittadini.<br />
Se, ad esempio, è necessario mettere in sicurezza scuole o edifici che hanno subito conseguenze dal recente terremoto, oppure intervenire su strutture o alberi da mettere in sicurezza con potature straordinarie dopo le nevicate e il gelo di questi giorni, noi procederemo. Perché la sicurezza dei cittadini è un prius, una priorità assoluta. Noi sindaci siamo chiamati a proteggere le nostre comunità.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Beppe Grillo ha sbagliato</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 16:02:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p dir="ltr"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1816" title="Beppe-Grillo" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2012/01/Beppe-Grillo1-150x150.jpg" alt="Beppe-Grillo" width="150" height="150" /></p>Ho visto la dichiarazione di Beppe Grillo sulla campagna di cittadinanza agli immigrati: mi pare che abbia preso proprio un abbaglio e sia caduto nel politichese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><br />
</span></p>
<p dir="ltr"><img class="alignleft size-medium wp-image-1814" title="Beppe-Grillo" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2012/01/Beppe-Grillo-233x300.jpg" alt="Beppe-Grillo" width="233" height="300" />Ho visto la dichiarazione di Beppe Grillo sulla campagna di cittadinanza agli immigrati: mi pare che abbia preso proprio un abbaglio e sia caduto nel politichese. Non c&#8217;é nessun buonismo, a parte che essere buoni non è un difetto. Qui c&#8217;é solo da adattare la normativa italiana alle regole di tutti i paesi d&#8217;Europa. Il tema è che non esiste una possibilità in Italia di fruire dello <em>jus soli</em>.</p>
<p dir="ltr">La nuova lproposta di legge, infatti, è &#8220;protettiva&#8221;: per ottenere la residenza lo straniero deve già fare una serie di trafile. Non stiamo parlando di gente che viene qui a partorire in Italia e va via. Chi è regolarmente soggiornante in Italia da un anno ha fatto una trafila di almeno 4-5 anni di permessi di soggiorno.<br />
Grillo ha la preoccupazione e la paura che questa proposta di legge serva a distogliere dai problemi veri? Ma se la politica non parla di immigrazione nel terzo millennio, in un Paese dove gli immigrati versano all&#8217;Inps 11 miliardi di euro, se non parla di ambiente, di sostenibilità, di che cosa si deve occupare?<br />
Voglio chiamare Grillo, gli dirò di provare ad ascoltare le voci e incrociare i volti dei ragazzi che si sentono italiani e scoprono a 18 anni di essere stranieri magari perché hanno trascorso una settimana dai parenti all&#8217;estero. Il confronto con loro vale più di tutte le teorie e del politichese in cui è caduto anche Grillo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Chi paga le tasse, vive della nostra cultura e condivide le regole della comunità, deve avere pieni diritti ed eguale dignità</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 21:17:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi in Consiglio comunale: intervento sul tema dei diritti di cittadinanza e voto amministrativo per i cittadini migranti e i loro discendenti nati in Italia (seconde generazioni). Dibattito sull'ordine del giorno presentato da Pd e Sel, di adesione e a sostegno della Campagna nazionale L’Italia sono anch’io e alle due proposte di legge di iniziativa popolare, sulla riforma del diritto di cittadinanza e sul diritto di voto amministrativo per i cittadini di origine non italiana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un non detto, che ho notato in alcuni interventi dei consiglieri: sfugge cioè il fatto che le due proposte di legge della campagna L’Italia Sono Ach’Io vengono dal basso. Non sono frutto del Partito democratico o del sindaco di Reggio Emilia, ma di una vastissima rete di associazioni, rappresentate anche oggi qui fra i pubblico: dal centro Astalli dei Gesuiti all’Arci, dalle Acli a numerose altre associazioni di volontariato, ai sindacati. E vorrei sottolineare che fra i sindacati impegnati c’è anche l’Ugl, accanto a Cgil, Cisl e Uil. A dimostrazione che l’approccio e l’impostazione che si sono voluti dare a questo ordine del giorno non sono quelli di un’operazione di tipo politico, ma di un’operazione di avanzamento della civiltà, della nostra civiltà, quella che amiamo, quella delle nostre città e della nostra comunità nazionale.</p>
<p> </p>
<p><strong>LA CITTADINANZA COME RICONOSCIMENTO, NON CONCESSIONE</strong> –</p>
<p>Non vi è dubbio che questa Campagna e queste proposte di legge propongono e ribadiscono che la cittadinanza è un valore: non si sminuisce per niente il valore della cittadinanza in questa proposta, anzi. Vogliamo forse dire che i Paesi del mondo, che hanno scelto strade diverse da quella percorsa fino ad ora dall’Italia, sminuiscano il valore della cittadinanza? La cittadinanza non è forse un valore in Francia, Germania, Gran Bretagna, Stai Uniti, solo perché in quei Paesi ha ritmi più giusti e più rapidi? Non è così. La cittadinanza è un valore importantissimo perché permette alla persona di identificarsi con la sua comunità (<em>ius soli</em>) e non di identificarsi su un fatto di sangue (<em>ius sanguinis</em>). Proprio perché ce l’hanno consegnato i nostri padri, la cittadinanza è un valore. I nostri padri ci hanno consegnato soprattutto il tema della Costituzione, dei valori costituzionali, come senso di appartenenza a una comunità. Esiste un’appartenenza alla comunità che non è data dalla genetica o dal sangue, ma dalla condivisione di valori. Questo è esattamente il tema, che tutti i Paesi moderni acquisiscono e assumono come il tema fondamentale: il rispetto delle regole che governano la comunità civile. Perciò io divento cittadino italiano quando assumo il rispetto di quelle regole e giuro sulla mia Costituzione. Di questo stiamo parlando”.</p>
<p> </p>
<p><strong>LA STORIA SI RIPETE</strong> &#8211; Non stiamo parlando di una concessione. Lo stesso dibattito sulla cittadinanza, che ha un valore talmente alto da non poter essere concessa a tutti, fu fatto quando i ricchi non volevano concedere la cittadinanza ai poveri all’inizio del Novecento e successivamente quando gli uomini non volevano concedere il diritto di voto alle donne nell’immediato Dopoguerra. Erano gli stessi argomenti, allora come oggi. Ma il problema è appunto un altro: con queste proposte non diciamo che è poco il valore della cittadinanza, noi diciamo invece esattamente il contrario, diciamo che è estremamente alto. Al punto che, proprio perché oggi in Italia siamo in questa condizione di così grande difficoltà su questi temi legati alle migrazioni, è proprio la cittadinanza una delle soluzioni.</p>
<p>Se il quadro infatti è così fosco come è stato dipinto poco fa in quest’aula, chiediamoci che cosa ha creato quel quadro: le regole che noi ora proponiamo, o le regole che abbiamo avuto sino ad oggi? Se il quadro è così complicato, se quelle regole in vigore non sono servite a risolvere i problemi, il problema è delle nuove leggi proposte o è delle leggi esistenti, che vanno aggiornate? Non dico di concepire le leggi in materia come fa la California che, a partire dai conservatori, fa della diversità un <em>must</em>, un valore in assoluto. Faccio però un ragionamento logico, e ribadisco: questa situazione italiana da cosa è stata creata e perché? Rispondo che il problema di cambiare le leggi attuali c’è e di rendere la cittadinanza una questione di maggior significato, che non sia la cittadinanza semplicemente di sangue.</p>
<p> </p>
<p><strong>VOTO, TASSE, DIRITTI E DOVERI</strong> &#8211; C’è una relazione molto stretta – ha argomentato il sindaco di Reggio &#8211; tra la proposta di legge sulla cittadinanza e quella sul diritto di voto, che non è quella di andare a intercettare nuovi voti che tra l’altro secondo i sondaggi non sarebbero per il centro sinistra. Esiste piuttosto un aspetto molto serio: il diritto di voto è sempre stato legato strettamente, anche nelle società liberali, al tema della partecipazione alla vita economica del Paese in cui si lavora. La Rivoluzione americana ha origine anche dal principio: <em>no taxation withour representation, <strong>nessuna tassazione senza rappresentanza</strong></em>. La società liberale, a cui il centrodestra si richiama per certi aspetti più del centrosinistra, ha un legame strettissimo con il tema di chi paga le tasse. Quindi, quando si ricorda che ci sono 11 miliardi di euro di contributi Inps che vengono versati (da lavoratori di origine non italiana, <em>ndr</em>), quando si ricorda che si pagano le tasse, si dice che una persona che fa questo, esattamente come sostenevano i rivoluzionari americani alla fine del Settecento, quando una persona fa questo allora ha diritto di eleggere i rappresentanti della sua comunità. Ne ha diritto in tutte le società evolute. Questo viene riconosciuto dalla fine del Settecento come un valore imprescindibile.</p>
<p>Non permettere a questi cittadini, che sono contribuenti, di partecipare con il loro voto alla vita politica, di sentirsi a casa loro, perché questa è la loro casa come la nostra, significa non aiutare la crescita della nostra comunità, significa non farli sentire sufficientemente partecipi e protagonisti. E’ chiaro infatti che parliamo di diritti e di doveri: quindi partecipi e protagonisti.</p>
<p> </p>
<p><strong>LA CONVENZIONE DI STRASBURGO E LA PROPOSTA ANCI</strong> &#8211; Credo sia noto a tutti che esiste una Convenzione di Strasburgo sulla cittadinanza dal 1992, a cui ha aderito la gran parte degli Stati europei, ma che l’Italia non ha ancora recepito. Questa convenzione dice esattamente quello che è scritto in queste proposte di legge, proposte che l’Associazione dei Comuni italiani (Anci) fece cinque anni fa, con l’adesione della totalità dei sindaci italiani e che riguarda il favorire la partecipazione alla vita amministrativa dei cittadini di origine non italiana: un arricchimento importante per tutti.</p>
<p>Quindi il tema del diritto al voto non è un tema di calcolo elettorale, ma di recepimento di una idea e di una filosofia insita nello Stato liberale fin dalla fine Settecento ed è stata poi recepita dall’Europa come elemento di grande civiltà e qualità sociale: legare la tassazione alla rappresentanza. Il tema della cittadinanza, inoltre, è soprattutto un tema di giustizia ed equità.</p>
<p> </p>
<p><strong>FRATELLANZA E CONSAPEVOLEZZA, NON BUONISMO</strong> &#8211; Queste proposte di legge non nascono dai professionisti del ‘buonismo’. Anche se non ci si deve vergognare di fare cose buone, di avere uno sguardo amichevole verso gli altri. Queste proposte di legge non nascono dai professionisti dell’emarginazione. Dico però: meno male, che abbiamo questi professionisti, perché se non avessimo la Caritas, i volontari delle mense e dei poveri, i centri sociali dell’Arci e delle Acli, credo che avremmo ben più problemi. Non mi pare infatti che l’emarginazione sia una cosa che si cancelli con un colpo di spugna o uno slogan, l’emarginazione fa parte della nostra società e con quella bisogna fare i conti. E coloro che ci aiutano a fare i conti e a tenere gli occhi aperti sono persone che dobbiamo rispettare e a cui dobbiamo guardare con grande considerazione e attenzione. Ebbene, queste associazioni ci hanno portato a questa attenzione sulla cittadinanza non perché avevano voglia di mettere in evidenza per l’ennesima volta il tema dell’immigrazione con un atteggiamento buonistico, ma perché hanno ascoltato le storie di tante ragazze e ragazzi, hanno visto i loro volti.</p>
<p> </p>
<p><strong>LA LEGGE BOSSI-FINI E LA VITA DEI MIGRANTI</strong> &#8211; Non è un caso che il presidente della Camera Fini sia uno dei fautori di questo progresso: quello che ha rappresentato, per il centrodestra, un passo in avanti, cioè la legge Bossi-Fini, oggi quella legge da uno dei suoi estensori è considerata arretrata. Non è un caso che il presidente Fini sia su un’altra frontiera, lui per primo. E queste sue argomentazioni depongono semmai esattamente a favore della direzione che noi proponiamo. Credo che i consiglieri comunali, votando oggi questo ordine del giorno, abbiano presenti le storie di tante ragazze e ragazzi, che studiano Dante e le Dolomiti, studiano la nostra lingua e parlano perfettamente la nostra lingua e potrebbero insegnare l’italiano a tanti nostri padani. A queste storie siamo debitori, esattamente come i nostri padri che hanno costruito la Costituzione e sono stati mossi dalla consapevolezza che i principi di uguaglianza e i diritti sono per tutti, non vengono concessi. Il diritto alla salute, ad esempio, non è concesso per benevolenza: è un diritto che ciascun uomo porta con sé; il diritto a partecipare alla vita della propria comunità, nel momento in cui ci si riconosce parte di quella comunità, è un diritto che dovrebbe essere automatico. Questo ci hanno consegnato i nostri padri: vi sono diritti che non vengono concessi, ma riconosciuti, cioè che la persona porta con sé. Approvando questo ordine del giorno, noi come tante altre città italiane, e aiutando questa Campagna, facciamo quello che fecero alla fine del Settecento quei rivoluzionari che dicevano: nessuna tassazione senza rappresentanza, nessuna uguaglianza senza il diritto di sentirsi parte della propria comunità. Non è un’operazione di parte, ma un’operazione che aiuta il nostro Paese e la nostra civiltà.</p>
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		<title>Intervento del Presidente Mario Monti</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 06:16:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<strong>Festa nazionale della Bandiera e 215° anniversario del Primo Tricolore
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“Signor Presidente della Regione Emilia Romagna, Signora Presidente della Provincia, Caro sindaco Delrio, Autorità religiose, civili, militari, cari cittadini di Reggio Emilia.

Un anno fa, in questa sala, in occasione della festa nazionale della bandiera, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolse a tutti noi italiani un appello affinché non venisse perduta l’occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Rivolse un pressante invito, soprattutto alle istituzioni, Governo, Parlamento, ai partiti e alle forze sociali, agli enti territoriali a “non ritrarsi” da questa riflessione collettiva sul senso ultimo della nostra comunità...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1798" title="GZ9G8407" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2012/01/GZ9G84071-300x200.jpg" alt="GZ9G8407" width="300" height="200" />“Signor Presidente della Regione Emilia Romagna, Signora Presidente della Provincia, Caro sindaco Delrio, Autorità religiose, civili, militari, cari cittadini di Reggio Emilia.</p>
<p>Un anno fa, in questa sala, in occasione della festa nazionale della bandiera, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolse a tutti noi italiani un appello affinché non venisse perduta l’occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Rivolse un pressante invito, soprattutto alle istituzioni, Governo, Parlamento, ai partiti e alle forze sociali, agli enti territoriali a “non ritrarsi” da questa riflessione collettiva sul senso ultimo della nostra comunità.</p>
<p>L’Italia non ha perso quell’occasione. Oggi possiamo dire che quell’appello è stato raccolto da tutti, con entusiasmo inatteso; cittadini,associazioni, comunità ed enti territoriali hanno risposto in una misura sorprendente.</p>
<p>Quell’appello è stato colto proprio nel segno del tricolore, di quella bandiera nata 215 anni fa in questa terra. Quanti tricolori abbiamo visto appesi alle finestre delle nostre case, delle famiglie italiane? Milioni. In tutta Italia, in ogni Regione, in ogni città.</p>
<p>Che cosa hanno voluto dirci, a noi responsabili delle istituzioni, quei gesti semplici?E’ una domanda che i cittadini ci hanno posto e continuano a porci. In primo luogo, il gesto di appendere la bandiera ai balconi, alle finestre, ci invita nei nostri comportamenti a cercare sempre di essere all’altezza del tricolore.</p>
<p>Quel gesto spontaneo ha reso viva, attiva, la scelta dei Padri Costituenti di iscrivere il tricolore italiano come “principio”, all’articolo 12 della Costituzione. Non simbolo, ma principio costitutivo della Repubblica.</p>
<p>Se vogliamo andare oltre il gesto in sé, gli italiani ci chiedono prima di tutto di parlare e di spiegare la crisi economica che stiamo vivendo in spirito di verità. In secondo luogo – di fronte alla crisi – ci chiedono di capire in che direzione i sacrifici porteranno la nostra Nazione. Ci chiedono infine di spiegare meglio il nostro ruolo in Europa.</p>
<p>L’Italia, fin dai tempi della nascita di quella bandiera è legata indissolubilmente alle vicende europee. Nella nostra storia, possiamo affermarlo con certezza, l’Italia ha progredito, si è arricchita di conoscenza e di benessere, solo quando ha saputo marciare insieme agli altri popoli europei, solo quando ha saputo contribuire attivamente alla storia della civiltà europea, a determinarne il modello di sviluppo, morale ed economico.</p>
<p>La Presidenza del Consiglio in questo 150° anniversario ha onorato con la costruzione di moderni “memoriali” i protagonisti del Risorgimento – tra loro avversari -, come Giuseppe Mazzini e il conte Camillo Benso di Cavour. Penso a Quarto dei Mille, al Gianicolo, alla Domus mazziniana a Pisa, alla Stazione Tiburtina, a Caprera. Quei padri fondatori avevano tra loro idee opposte. Ma li accomunava un enorme amor di patria, un europeismo profondo.</p>
<p>Non era un’Europa a due velocità, quella alla quale pensavano Mazzini e Cavour. Era un’Europa inconcepibile senza la presenza attiva dei popoli mediterranei, area strategica, allora come oggi. Oggi assistiamo all’avvio di una sorta di risorgimento dei popoli della sponda sud del Mediterraneo, con mille problemi e contraddizioni, ma abbiamo il dovere di offrire loro modelli e riferimenti, con apertura e comprensione. L’area dell’euro devo continuare a rappresentare un’àncora e un riferimento sicuro, in tutta la sua estensione geografica. Vogliamo anche noi un’Europa con i conti in ordine; un’Europa che sappia assicurare stabilità, anche accettando meccanismi molto severi; essi sono nel nostro comune interesse. Ma nessuno può immaginare un’Europa che rinunzia a crescere. Non è un problema di Nord o Sud. Nessun Paese europeo è tanto forte da poter andare avanti da solo ad affrontare le grandi economie mondiali. L’Europa ha necessità di attuare politiche comuni e coordinate di crescita, nella stabilità finanziaria. L’Italia ha dato alla stabilità dell’area euro un contributo decisivo con la potente azione deliberata dal Governo con il decreto del 6 dicembre &#8211; approvata dal Parlamento in via definitiva il 23 dicembre, in tempi eccezionalmente brevi, che testimoniano la volontà compatta dell’Italia. Ora il momento dei compiti è giunto per tutti. Nessuno pensi di poter fare a meno degli altri. L’Europa supererà la crisi solo con un’azione convinta e unita di tutte le componenti dell’Unione. Noi faremo la nostra parte, memori di essere uno tra i paesi fondatori dell’Unione.</p>
<p>I protagonisti del nostro Risorgimento avevano nella mente l’Europa, e nel cuore un pacato ma saldo orgoglio dei nostri valori nazionali. Uno dei documenti più alti della nostra storia, è quel memorandum alle Potenze d’Europa che Giuseppe Garibaldi pubblicò a Napoli il 22 ottobre 1860, 20 giorni dopo la sanguinosa vittoria del Volturno e quattro giorni prima dell’incontro con Vittorio Emanuele II a Vairano-Teano. Garibaldi, che era un guerriero eccezionale, un intellettuale appassionato, un politico disordinato ma visionario, scriveva così, profeticamente: &#8220;Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato… ed in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gli immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni e alla miseria dei popoli… sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell’industria, del miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici e nella erezione delle scuole che toglierebbero alla miseria ed alla ignoranza tante povere creature…&#8221;.</p>
<p>L’Italia era un paese poverissimo al momento dell’unificazione. La situazione economica era drammaticamente peggiorata nei primi due decenni dell’Ottocento. L’aspettativa di vita era inferiore del 30% alla media europea. L’agricoltura impiegava mezzi e metodi primitivi. Mancava l’energia. Anche le città più ricche del Nord erano devastate da epidemie di colera. Il territorio, soprattutto al Sud, era privo di infrastrutture. Gli italiani vivevano e morivano nell’analfabetismo. Anche l’Italia appena unificata venne investita da una rivoluzione tecnologica e da una globalizzazione dei commerci. Non fu semplice reggere il mercato, per la navigazione italiana, per il tessile, la produzione di vino e di prodotti per i consumi di lusso mondiali, per le prime embrionali industrie. Lo sviluppo fu lento. Ma gli italiani avevano il desiderio di avanzare, di progredire, anno dopo anno.</p>
<p>Il progresso in questi 150 anni è stato enorme, ma non ha cancellato completamente il divario rispetto alle migliori performance europee. I livelli di infrastrutture, che qualche anno fa erano all’avanguardia, oggi sono obsolete e avrebbero necessità di un generale rilancio. Le nuove tecnologie, la banda larga, oggi è una rete decisiva per la competitività del sistema. Nel 2009 i laureati nella fascia d’età tra i 25 e i 64 anni in Italia non superano il 15%, contro una media europea del 30%. E la situazione migliora troppo lentamente, se nelle fasce di età tra i 25 e i 34 anni, i laureati si collocano al 20% contro una media Ocse del 37%. Anche i diplomati sono ancora troppo pochi: il 54% della popolazione adulta contro una media Ocse del 73!</p>
<p>Dobbiamo tutti studiare di più. Ce lo impone l’impressionante trasformazione tecnologica e di conoscenze che ha investito il mondo e che è all’origine della redistribuzione internazionale del lavoro. Se l’Italia da circa 15 anni cresce meno degli altri Paesi europei, noi dovremmo tra l’altro, urgentemente, migliorare il nostro capitale umano, dedicando a ciò le nostre migliori capacità intellettuali.</p>
<p>E’ vero che dobbiamo guardare alle statistiche con mente aperta e senza semplicismo. Il “gap” di competitività dell’Italia rispetto al resto d’Europa esiste. Ma esiste anche una forza e una vitalità della società e dell’economia italiana che hanno reso il nostro Paese molto flessibile, capace di adattamento. Le famiglie italiane, ma anche le nostre imprese, sono tra le meno indebitate dei paesi industrializzati; la ricchezza netta del settore privato è assai elevata, oltre 8 volte il reddito annuo; siamo dunque in grado di finanziare il nostro debito pubblico. Abbiamo un territorio presidiato in ogni punto del Paese, nonostante il 54% di esso sia montano e raccolga solo il 20% della popolazione; la cultura ecologica si sta diffondendo; anche nelle regioni meridionali assistiamo a un forte miglioramento degli indicatori di raccolta differenziata. Gli indicatori di un Paese vanno guardati nel loro complesso, non solo quelli che interessano i mercati dei titoli di Stato.</p>
<p>Il vero orgoglio del nostro Paese è questa eccezionale base industriale – di cui la vostra terra è ricchissima &#8211; costituita di piccole e medie imprese, ma anche ormai di centinaia di “multinazionali tascabili”; questo tessuto lo vediamo nei dati sull’export miracolosamente reggere alla concorrenza sfrenata di ogni genere di produttori, anche alla competizione drammatica di aree che sfruttano il dumping sociale.</p>
<p>Il Governo della Repubblica crede profondamente che l’Italia di domani debba continuare ad essere una grande economia industriale, fondata sulla produzione diffusa, con imprese più grandi, più capitalizzate, più internazionali.</p>
<p>Il tavolo sul lavoro che si sta per aprire dovrà confermare questi principi e favorire l’investimento e l’occupazione, con azioni fiscali come la detrazione dall’IRAP della quota lavoro e dal bonus fiscale per le assunzioni a tempi indeterminato per i giovani, in particolare al Sud; il sostegno fiscale alla capitalizzazione delle imprese attraverso l’introduzione dell’ACE è una misura di cui siamo fortemente convinti.</p>
<p>Se guardiamo dentro noi stessi sappiamo che ce la faremo. Il capitale di energie e di conoscenze degli italiani ha sempre risposto nei grandi momenti di difficoltà.</p>
<p>Certo, sappiamo di aver chiesto sacrifici a tutti. Ma il Governo seguirà come sua stella polare la ricerca della giustizia sociale, dell’equità.</p>
<p>Abbiamo già deliberato importanti strumenti contro l’evasione fiscale e contributiva. Continueremo su questa strada. E’ inammissibile che i lavoratori sopportino sacrifici pensanti mentre una porzione importante di reddito sfugge a ogni tassazione, accrescendo così la pressione tributaria su chi non può sottrarsi al fisco.</p>
<p>Equità sociale in Italia è anche e soprattutto l’azione di ridurre le aree di rendita e di privilegio. Creare concorrenza in settori protetti non è un’azione contro questo o quel gruppo professionale, ma è una esigenza vitale del Paese per ridare fiducia ai giovani, che se messi in condizioni sanno creare essi stessi, da soli, tante nuove occasioni di impiego.</p>
<p>Abbiamo avviato con il Ministro della Giustizia e il Ministro della Funzione Pubblica una riflessione sugli strumenti per dare una scossa e una accelerazione potente alla lotta contro la corruzione, che divora risorse, crea discredito verso le istituzioni, centrali e territoriali, frena gli investimenti esteri in Italia.</p>
<p>Su tutti questi punti, in diversi momenti decisionali, il Governo opererà con provvedimenti legislativi ed amministrativi.</p>
<p>Quello che oggi volevo trasmettervi non è qualcosa su un aspetto o un altro del programma di Governo, ma sullo spirito con il quale lo viviamo.</p>
<p>Dobbiamo operare con urgenza per sbloccare il Paese, per far saltare i colli di bottiglia che lo rendono più lento degli altri. Alcune azioni devono essere avviate per ottenere risultati immediati, nel giro di mesi, altre azioni vanno avviate ma necessiteranno anni per produrre risultati. Eppure, sono ancora più importanti.</p>
<p>L’occhio con il quale affrontiamo la crisi non deve essere quello del breve periodo. Anche nei momenti di emergenza, dove gli eventi assorbono l’intelligenza e accorciano la visuale, dobbiamo avere la forza di guardare al periodo più lungo, alla responsabilità che abbiamo nelle generazioni.</p>
<p>Cinquant’anni fa, nel 1961, il Centenario dell’Unità d’Italia si concluse con un manifesto dove dei bambini correndo dicevano “Arrivederci al 2011!”.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1796" title="GZ9G8477" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2012/01/GZ9G84771-300x200.jpg" alt="GZ9G8477" width="300" height="200" />Oggi il 2061 può apparirci lontano. Ma è un errore. Non è lontano. E’ il tempo dei nostri figli, dei nostri nipoti. L’Istat ha già pubblicato le previsioni demografiche al 2065. Conosciamo già i problemi dell’Italia del Bicentenario; la demografia, la scarsità di giovani di origine italiana, la necessità di integrare quel 17% di popolazione che sarà straniera o di origine straniera.</p>
<p>La nostra responsabilità è quella di superare la crisi odierna, ma di riportare l’Italia sulla strada dell’accumulazione di risorse economiche e morali.<br />
Di una cosa sono certo, cari concittadini. I nostri figli, il 7 gennaio di quel 2061, qui a Reggio Emilia, festeggeranno uniti il tricolore.<br />
Viva il Tricolore, l&#8217;Italia, viva L&#8217;Europa!”.</p>
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		<title>Festa nazionale della Bandiera e 215° anniversario del Primo Tricolore &#8211;  Saluto al Presidente Mario Monti</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 08:31:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<img class="alignleft size-medium wp-image-1788" title="delriomonti" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2012/01/delriomonti2-209x300.jpg" alt="delriomonti" width="209" height="300" />Si sono aperte le celebrazioni della festa nazionale della Bandiera italiana con il saluto al presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti, al teatro Municipale ‘Romolo Valli’ di Reggio Emilia, seguiti dalla lettura del messaggio ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e i saluti di Sonia Masini, Presidente della Provincia di Reggio Emilia  e Vasco Errani, Presidente della Regione Emilia Romagna.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1791" title="delriomonti" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2012/01/delriomonti3-209x300.jpg" alt="delriomonti" width="209" height="300" />Siamo molto onorati, caro Presidente di averla qui con noi a Reggio Emilia a celebrare la festa della bandiera italiana, nata nella Sala che ha appena visitato, il 7 gennaio 1797. Oggi concludiamo simbolicamente le nostre celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, aperte un anno fa in questi stessi luoghi dal Presidente della Repubblica, <strong>Giorgio Napolitano</strong>.</p>
<p>Siamo stati felici di avere con noi il Presidente di tutti, che ha aperto un anno  intensamente vissuto dalle cittadine e dai cittadini italiani in un ritrovato senso di appartenenza.</p>
<p>E oggi siamo felici di poter condividere questo momento civile di unità attorno alla nostra bandiera, insieme a lei, senatore Monti, che è  il Primo Ministro di tutte e di tutti. E noi la sentiamo così.</p>
<p>Insieme a Lei vogliamo guardare verso il 2012, garantendo sinceramente il nostro convinto sostegno  allo sforzo, oserei dire al servizio, che Lei sta svolgendo per il nostro Paese. </p>
<p><strong>La felicità pubblica e la verità</strong></p>
<p>Fa parte della memoria e della storia italiana, quanto avvenne a Reggio Emilia anni fa. Ma è una memoria e una lezione sempre viva ed attuale. Quattro città, fino ad allora divise, si ritrovarono sotto il vessillo tricolore, nella Repubblica Cispadana, per liberare i propri cittadini, scrivendo nella Costituzione parole come unità, uguaglianza, giustizia e pubblica felicità.</p>
<p>Per uscire da una situazione di minorità intellettuale ed economica, quei giovani capirono che era necessario superare divisioni e dirsi la verità: e la verità era che non ci sarebbe stata vera felicità e vero futuro senza una piena libertà. E che questa libertà si sarebbe conquistata con l’impegno e il sacrificio di molti.</p>
<p>Dirsi la verità sulla nostra condizione, dirla apertamente, amando la Patria e con disinteresse personale: sono queste le condizioni, secondo un filosofo francese, che fanno da sempre la sostanza della democrazia, che sia quella ateniese, quella cispadana o quella italiana.</p>
<p><strong>La festa di oggi ci parla dunque di città, di giovani e di felicità pubblica.</strong></p>
<p>Un costituente americano, John Adams, riteneva che in fondo l’unico oggetto del buongoverno fosse proprio questo: <em>promuovere la felicità della società.</em></p>
<p>Felicità pubblica era, per i costituenti americani come per i nostri, quella possibilità di partecipare agli affari pubblici, alla cosa pubblica, di essere protagonisti consapevoli della comunità.</p>
<p><strong> Il capitale sociale di un’Italia normale, la partecipazione dei cittadini</strong></p>
<p>Pare temerario parlare di protagonismo, di felicità, di comunità, in questi giorni in cui pare che tutto si svolga al di sopra delle nostre teste, e a volte abbiamo l’impressione persino di attori, quali speculatori finanziari, o di  regole che non condividiamo.</p>
<p>Ma pensiamo che si possa cambiare e si può cambiare se insieme si lavora.</p>
<p>Qui a Reggio Emilia ci sentiamo e siamo alla pari dei nostri amici europei per le ciclabili e per le biblioteche, per la raccolta differenziata e per la gestione dell’acqua, per l’esperienza dei nidi e delle scuole dell’infanzia e per il welfare. E questo non  perché il sindaco sia bravo, ma perché le famiglie reggiane hanno assunto e interiorizzato questi servizi non solo come diritti, ma come obiettivi di civiltà e di benessere collettivo e quindi danno il loro contributo in termini di comportamenti, partecipazione, condivisione.</p>
<p>E così nel nostro Paese, presidente, si può trovare, a molti livelli del vivere pubblico, un capitale sociale pronto a fare la propria parte per la pubblica felicità, anche a costo di sacrifici personali. Noi troviamo questo patrimonio negli imprenditori, che vivono nella propria carne la difficoltà a mantenere i dipendenti nel loro ambito di lavoro, nei dipendenti che si rimboccano le maniche con i loro datori di lavoro, nelle cooperative sociali che combattono la criminalità organizzata – in questi ultimi due giorni c’è stato un nuovo attentato a quelle cooperative della Locride, contro quei giovani che  stanno organizzando un’economia sana. Troviamo questo patrimonio nei meriti e nelle fatiche delle donne lavoratrici, madri e magari, come la sua sposa, attive anche nel volontariato. E lo troviamo, questo patrimonio, anche in quei 600 mila giovani di seconda generazione, figli di immigrati, che cantano l’inno di Mameli, che  studiano Dante e che chiedono una cittadinanza più semplice e  più giusta, e  che spero, anche dopo l’impegno pubblico del presidente della Repubblica, troveranno l’attenzione anche di tanti nostri parlamentari.</p>
<p>Per questo capitale sociale che è presente nel Paese, noi abbiamo fiducia, nonostante le tempeste di questi giorni.</p>
<p>Perché c’è un’Italia normale e forte, c’è un’Italia capace di vincere rispettando le regole,  capace di avere talento senza disprezzare la fatica della quotidianità o il lavoro altrui, che è solida nel chiedere diritti ed esigente nell’esecuzione dei propri doveri.</p>
<p>Tutti questi attori sociali chiedono &#8211; non solo a Lei, ma a tutti noi che abbiamo una responsabilità &#8211; chiedono a gran voce non di sottrarsi alla fatica ed al sacrificio, ma una maggiore giustizia sociale, una attenzione a coloro che sono più deboli e nessuna ambiguità verso privilegi e corruzione che tolgono il presente e il futuro ai nostri giovani.</p>
<p>Quei giovani protagonisti sia della Costituente di 200 anni fa, sia della festa di oggi. Proprio a loro abbiamo consegnato la Costituzione Italiana poco fa perché la tengano al loro fianco in questi momenti di crisi, come faro per seguire la direzione giusta.</p>
<p>Vogliamo e possiamo avere fiducia nei giovani, sappiamo che ogni qualvolta siano stati invitati a dare il loro contributo non ci hanno deluso, sappiamo che i dati recenti sulla disoccupazione ci convocano ad uno sforzo maggiore e più concreto perché il lavoro sia un diritto per tutti. Perché un lavoro dignitoso è non solo l’orgoglio e la possibilità di costruirsi una famiglia, ma soprattutto l’occasione per sentirsi uomini e donne vivi materialmente e spiritualmente, cittadini e protagonisti.</p>
<p>In fondo, Presidente, questo Paese ha fatto le sue cose migliori grazie ai giovani: erano giovani in gran parte i partigiani, i figli di Cervi, che ci hanno donato la libertà dal nazifascismo, ed erano giovani anche Nilde Iotti e Giuseppe Dossetti, che ci regalarono la Costituzione.</p>
<p><strong>Le richieste dei sindaci: autonomia e riforma del patto di stabilità</strong></p>
<p>Dopo aver parlato di felicità pubblica e di giovani non posso, anche per il ruolo che sono onorato di avere come Presidente dei Sindaci italiani, concludere se non parlando delle città. Sì, perché questa Repubblica nasce con le città e vive con le città.</p>
<p>Ben lo sanno i nostri sindaci, che tra l’altro hanno sentito scorrere nelle loro città quest’anno qualcosa di più che una identità locale o provinciale: hanno sentito un’identità italiana.</p>
<p>Le città sono la spina dorsale del Paese, sono la radice in cui si può trovare l’identità del nostro Paese. E’ nelle città, in quanto comunità di persone, che la democrazia repubblicana trova linfa.</p>
<p>Non c’è nulla come le piccole patrie e la loro esperienza di buon governo, a cui ci si possa attaccare in un momento come questo.</p>
<p>Il Presidente Napolitano ci ha ricordato nel suo messaggio che la bandiera è simbolo di tanti valori, e simbolo della promozione delle autonomie sanciti dalla Carta costituzionale.</p>
<p>Ancora oggi, dopo alcuni anni di un federalismo non concreto, si considerano le autonomie purtroppo non come elementi essenziali della Repubblica, al pari dello Stato, ma come gerarchicamente sottoposti al controllo. Non i Comuni come risorsa e luoghi privilegiati delle riforme e della cittadinanza e della qualità della vita, ma a volte come problema e centri di spesa. Questo, nonostante la spesa complessiva dei Comuni in termini assoluti sia passata da 70 a 67 miliardi in questi ultimi anni e nonostante  i Comuni siano responsabili solo del 2,5 % del debito pubblico.  </p>
<p> Questi sindaci tra poco, o forse lo hanno già fatto, dovranno spiegare ai cittadini i sacrifici richiesti e salvare i servizi loro dovuti. Lo faranno con responsabilità come per le precedenti quattro manovre. Lo faranno però chiedendo sempre più autonomia e rispetto.</p>
<p>Autonomia che dovrebbe realizzarsi in un completo superamento dei trasferimenti per lasciare ai Comuni il gettito delle imposte comunali quali l’Imu.</p>
<p>Sarebbe, questa, una vera rivoluzione di prospettiva e di responsabilità.</p>
<p>Ma i sindaci chiedono anche regole simili a quelle dei loro colleghi europei.</p>
<p>In primo luogo c’è il tema del superamento o dell’allentamento del patto di stabilità, che torniamo a sottoporle.</p>
<p>E’ un tema che riguarda non solo genericamente gli appalti, ma la crescita, il lavoro, l’innovazione.</p>
<p>Riguarda le imprese, riguarda le famiglie dei lavoratori, riguarda le opere pubbliche necessarie per i cittadini e le manutenzioni di scuole, edifici pubblici, impianti sportivi, quelle cose che fanno una comunità.</p>
<p> Solo l’allentamento del patto di stabilità ci permetterebbe di essere più puntuali rispetto al pagamento dei lavori già realizzati e sappiamo quanto questo tema stia assumendo risvolti drammatici. E ci premetterebbe di cominciare a ridare fiato a un meccanismo virtuoso di sviluppo e di innovazione, di creazione di opportunità di lavoro.</p>
<p><strong>Un piano nazionale Nidi</strong></p>
<p>Nuove opportunità di lavoro che possono essere create, per esempio, con  nuovi servizi. Lei è stato presidente di un Centro studi europeo che proprio metteva nella costruzione di servizi al centro, una delle chiavi per maggior flessibilità e costruzione di posti di lavoro.</p>
<p>I nidi e le scuole materne mancano oggi di un piano nazionale. Proprio la mancanza di servizi educativi è sostanzialmente un ostacolo per la mancanza di lavoro a tempo pieno di 204 mila donne occupate part-time (il 14,3%) e per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489 mila donne. Non ci è sfuggito, nelle sue parole  nella conferenza di fine anno, una sua sensibilità in questa direzione e speriamo che si possa, in un secondo momento, ridare vita a un  piano nazionale nidi, che per la prima volta proprio il governo Prodi propose al Paese.</p>
<p> </p>
<p><strong>Cambiare, ma nella Costituzione</strong></p>
<p>Soprattutto ed infine desidero dirLe che dei sindaci si può fidare. Non solo perché hanno fatto in questi anni la loro parte (forse anche la parte di altri, che sono rimaste cicale inguaribili della spesa). Ma si può fidare perché incontriamo ogni giorno per strada le aspirazioni e le angosce, le preoccupazioni e le speranze dei nostri cittadini, delle tante signore Maria che fanno questo Paese così grande e cosi degno di essere amato.</p>
<p>Caro Presidente,  cittadine e cittadini, davanti a  una realtà sempre più complessa e in trasformazione, assistiamo oggi a semplificazioni disarmanti, rispetto alle quali occorre reagire. Dobbiamo affrontare il cambiamento, rivedere le nostre certezze, ma l’orizzonte di riferimento deve essere chiaro.</p>
<p>Il nostro riferimento, qui da Reggio Emilia e per tutto il Paese, la guida del nostro vivere civile continuano a essere la Costituzione, nata dalla Resistenza, in quanto Carta dei diritti del vivere civile in grado di dare risposta all’Italia del terzo millennio.</p>
<p>Perché questo Paese possa pensarsi in un’Europa risanata, di crescita sostenibile, intelligente e inclusiva, nessuno di noi, in nessun ruolo, può sottrarsi a un rinnovato impegno per il proprio Paese e per i propri concittadini.</p>
<p>La Costituzione Cispadana del 1797, una delle prime costituzioni repubblicane,  concludeva affidandosi  ‘<em>alla saviezza e fedeltà degli amministratori,  alla vigilanza dei padri di famiglia, all’affetto delle madri e delle spose, al coraggio dei giovani  e all’unione e alla virtù di tutti i cispadani&#8217;.</em></p>
<p>Ci serve un analogo spirito, ma insieme ce la faremo.  Viva il Tricolore, viva l’Italia.</p>
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		<title>Ici o Imu per la chiesa</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 05:51:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1778" title="ici" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2011/12/ici-150x120.jpg" alt="ici" width="150" height="120" />Se si vuole polemizzare è un conto, se si vuole discutere per risolvere i  problemi, un altro. Bisogna eliminare ogni  ambiguità sugli obblighi di pagamento - ma pure sulle esenzioni - in  tema di Ici, o meglio di Imu, per la Chiesa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1778" title="ici" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2011/12/ici-150x120.jpg" alt="ici" width="150" height="120" />Se si vuole polemizzare è un conto, se si vuole discutere per risolvere i  problemi, un altro. Bisogna eliminare ogni  ambiguità sugli obblighi di pagamento &#8211; ma pure sulle esenzioni &#8211; in  tema di Ici, o meglio di Imu, per la Chiesa.</p>
<p><strong>Insomma, niente tabù ma neanche atteggiamenti punitivi. Lo ha detto anche Vendola&#8230;</strong></p>
<p><strong></strong>«Non credo che la Chiesa chieda o pretenda privilegi, ma solo  di poter esercitare le sue attività. Fatto salvo il rispetto per la  libertà di culto, il tema dell’Ici per gli immobili di proprietà  ecclesiastica deve essere inquadrato secondo un principio semplice:  laddove è chiaro il carattere commerciale delle attività svolte in un  immobile, per quei locali l’Ici va pagata. Se di fianco a un santuario  c’è un bar, non credo che questo sia funzionale al culto. In questi casi  il tema si pone meno».</p>
<p><strong>Dov’è allora, il nodo?</strong></p>
<p><strong></strong>«Già oggi per le attività commerciali la Chiesa ha l’obbligo di  pagare. La vicenda è molto più complessa di come viene disegnata. Non  si tratta della volontà o meno di far versare l’Ici alla Chiesa. Il  punto sono quei casi che il decreto Bersani, varato sotto il governo  Prodi, ha definito di carattere ‘parzialmente’ commerciale e che godono  dell’esenzione. Se il proprietario ritiene ‘parzialmente’ commerciale  l’uso che fa di un immobile, non ha l’obbligo di presentare la  dichiarazione ai fini dell’Ici».</p>
<p><strong>Ad esempio? Quali attività ricadono in questo spazio grigio?</strong></p>
<p><strong></strong>«Può essere il caso di uno spazio di accoglienza alberghiera  gestito da un ordine religioso, magari legato a un luogo di culto: si  può dire che è parzialmente commerciale o no?».</p>
<p><strong>Se fa concorrenza alle strutture ricettive private, non è commerciale? </strong></p>
<p>«Gli enti religiosi pensano di no. E non dichiarano ai fini Ici,  ritenendolo ‘parzialmente’ commerciale. Il codice civile, però, non  prevede l’esistenza di un’attività mista, commerciale e non commerciale.  Quindi, in caso di contenzioso, tutto viene rinviato al giudice».</p>
<p><strong>Come intervenire, allora?</strong></p>
<p><strong></strong>«Innanzitutto occorre fare un censimento degli immobili  ecclesiastici. C’è chi dice che valgano più di un miliardo, in termini  di gettito Ici. Bisogna averne un quadro preciso. E poi, con tutto il  rispetto per il mio segretario, si potrebbe superare l’interpretazione  di Bersani su quel ‘parzialmente’ commerciale».</p>
<p><strong>Quindi?</strong></p>
<p><strong></strong>«Una volta che si disporrà di un’anagrafe degli immobili,  quelli destinati al culto ovviamente continueranno ad essere esentati e  quelli commerciali &#8211; come è già stabilito &#8211; a dover pagare. Per i locali  su cui esista un dubbio, credo sia giusto che sia il Comune di  appartenenza a giudicare se vada versata l’imposta o meno, sulla base  delle attività che si svolgono lì dentro».</p>
<p><strong>Un gruppo di 20 deputati del Pd proprio ieri ha chiesto con una  mozione che la Chiesa paghi e che venga determinato al più presto il  gettito che dovrebbe derivare dal patrimonio immobiliare  ecclesiastico&#8230;</strong></p>
<p><strong></strong>«Certo, è fondamentale una ricognizione precisa. Ma come  dicevo, la questione è complessa e il punto è che vanno eliminate  ambiguità interpretative dalla legge. E dove va chiarito che tipo di uso  si fa di un immobile, intervengano i Comuni».</p>
<p><strong>E questo garantirà davvero che la Chiesa paghi l’Imu anche per  quegli immobili che finora usufruivano delle esenzioni grazie a quel  “parzialmente commerciale”?</strong></p>
<p><strong></strong>«Credo proprio di sì. E se l’applicazione dell’Ici sarà  affidata ai Comuni, come è sempre stato, sarà difficile che venga  tassata una mensa della Caritas o i locali dove si fa il catechismo. Una  volta eliminati i potenziali contenziosi, si rende giustizia alla  Chiesa e ai cittadini».</p>
<p>Intervista di Alessandra Rubenni, L&#8217;Unità, 8 dicembre 2011</p>
<p><strong>Cosa dice la legge</strong><br />
Nel 1992, lo Stato italiano ha istituito l’Ici, l’imposta comunale sugli immobili. Nello stesso intervento normativo (decreto legislativo n. 504/1992) sono state previste delle esenzioni: riguardato a tutti gli immobili utilizzati da un “ente non commerciale” e destinati “esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”.</p>
<p>La tassa sugli immobili viene pagata invece per altri tipi di attività commerciali, come ad esempio quella alberghiera. Un pensionato per studenti fuori sede o per l’ospitalità di parenti di malati ricoverati in ospedali lontani dalla residenza, non è assimilabile a un albergo. E’ invece una struttura ricettiva complementare, di carattere sociale, che rientra nelle otto attività suddette.</p>
<p>Secondo la legge, perché venga applicata l’esenzione è necessario che si realizzino due condizioni:<br />
1.   Il proprietario dell’immobile deve essere un “ente non commerciale”.<br />
2.   L’immobile deve essere destinato “esclusivamente” allo svolgimento di una o più tra le otto attività di rilevante valore sociale individuate dalla legge.</p>
<p>Nel 2004 la Corte di Cassazione ha aggiunto un nuovo requisito per avere diritto all’esenzione: che l’attività non venga svolta in forma di attività commerciale.</p>
<p>(Agd)</p>
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		<title>Qualità della vita, Reggio Emilia guadagna 16 posizioni nella classifica del Sole 24 Ore</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 07:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Graziano Delrio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1773" title="foto giornale" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2011/12/foto-giornale-150x150.jpg" alt="foto giornale" width="150" height="150" />Reggio Emilia e la sua provincia guadagnano 16 posizioni nella classifica annuale sulla Qualità della vita pubblicata oggi dal <em>Sole 24Ore</em>, passando dal 31esimo posto del 2010 al 15esimo di quest’anno. In tutte e sei le classifiche tematiche sulle “tappe” dell’indagine Reggio ha registrato progressi: 1) tenore di vita; 2) affari e lavoro; 3) servizi, ambiente e salute; 4) popolazione; 5) ordine pubblico; 6) opportunità per il tempo libero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1773" title="foto giornale" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2011/12/foto-giornale-150x150.jpg" alt="foto giornale" width="150" height="150" />Reggio Emilia e la sua provincia guadagnano 16 posizioni nella classifica annuale sulla Qualità della vita pubblicata oggi dal <em>Sole 24Ore</em>, passando dal 31esimo posto del 2010 al 15esimo di quest’anno. In tutte e sei le classifiche tematiche sulle “tappe” dell’indagine Reggio ha registrato progressi: 1) tenore di vita; 2) affari e lavoro; 3) servizi, ambiente e salute; 4) popolazione; 5) ordine pubblico; 6) opportunità per il tempo libero.</p>
<p>Si tratta di risultati raggiunti da tutta la comunità reggiana, da istituzioni, sistema delle imprese e dei servizi, società civile, ciascun cittadino. Emerge una società coesa, in cui il Comune di Reggio ha dato il proprio contributo positivo. Nonostante la crisi e la mancanza di risorse per gli enti locali, i Servizi sociali, sanitari, educativi, le azioni per l’ambiente, la sostenibilità e la cultura hanno retto e dato risultati nel complesso buoni. Potendo disporre di risorse adeguate, ad esempio con la riforma del Patto di stabilità per consentire investimenti sulle infrastrutture, il sistema Reggio potrebbe rispondere ancor meglio alla congiuntura che attraversiamo.</p>
<p>L’economia, il lavoro e l’export, così come la propensione a investire continuano a dare segni di vitalità, pur attraversando una fase molto difficile.<br />
Nelle classifiche sulla “percezione” (il <em>sentiment</em>) dei problemi, pubblicate nello stesso rapporto, molto buona è la percezione del funzionamento dei servizi alla persona, alla città, alla salute e per l’ambiente.<br />
Il tema dell’occupazione, ovvero la perdita del lavoro, è infatti percepito ancora come non determinante nella vita della maggior parte delle persone, mentre l’incremento dei prezzi è percepito come un rischio.<br />
Buona soddisfazione per l’offerta culturale, lo sport e il tempo libero, con un <em>sentiment</em> anche in questo caso in coerenza con i dati oggettivi della ricerca. La qualità della vita è avvertita come sostanzialmente invariata rispetto al 2-3 anni fa.<br />
Criminalità e ordine pubblico sono percepiti come problema, ma i dati reali segnano una flessione significativa dei reati.</p>
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		<title>Ho sbagliato cravatta ma è iniziato il dialogo con il Governo</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 13:09:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img class="size-medium wp-image-1760" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2011/11/delrio-errani-castiglioni-da-MONTI-nov-2011-300x237.jpg" alt="Delrio Errani Castiglioni dal presidente Monti_nov 2011" width="300" height="237" />
Il prof. Monti mi detto: "Mi dia qualche speranza per questo paese". Ho risposto che ci sono tante persone che hanno fiducia nelle istituzioni e che queste ci daranno una mano. Volevo trasmettergli l'idea che questo sistema è fatto anche di Comuni, Province e Regioni e che poteva contare su di noi, che saremo al suo fianco per un patto nel momento in cui avremo considerazione e attenzione, come nelle buone famiglie. Gli ho detto di non preoccuparsi di dover trovare il consenso tra partiti diversi, perchè noi enti locali su alcuni temi parliamo una lingua uguale per tutti. Noi dell'Anci non abbiamo problemi di destra e di sinistra...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1760" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1760" src="http://grazianodelrio.it/wp-content/uploads/2011/11/delrio-errani-castiglioni-da-MONTI-nov-2011-300x237.jpg" alt="Delrio Errani Castiglioni dal presidente Monti_nov 2011" width="300" height="237" /><p class="wp-caption-text">Delrio Errani Castiglioni dal presidente Monti_nov 2011</p></div>
<p>«Sono dovuto correre a casa e mettere il vestito buono. Per andare dal. Presidente del Consiglio ci vuole». Il sindaco Graziano Delrio è stato il primo presidente Anci (Associazione nazionale comuni italiani) a essere chiamato per una consultazione del presidente incaricato.</p>
<p>Avevo chiesto l’incontro tramite canali informali, per un importante gesto di sensibilità verso i Comuni. Ho abbandonato la giunta in fretta e furia, ero molto emozionato alla telefonata dal Senato che diceva che il presidente aveva piacere di incontrarci (Anci con Province e Regioni, ndr) e che alle 17 dovevo essere a Roma. L&#8217;agenda di Mario Monti era pienissima di impegni. E fatto che ci abbia chiamato dà l&#8217;idea di uno stile e un&#8217;attenzione particolari. »</p>
<p><strong>Ha chiesto un consiglio sull’abbigliamento?</strong></p>
<p>«Per queste cose è chiaro che si consulta la moglie. Poi non avendo a disposizione un gran guardaroba ho fatto presto. Qualcuno ha detto che ho sbagliato il colore della cravatta, in televisione si vedeva un rosso troppo  intenso; si sa che le cravatte non sono il mio forte».</p>
<p><strong>Come è andato l&#8217;incontro con Monti?</strong></p>
<p>«Ha chiesto scusa perchè è arrivato con dieci minuti di ritardo, era impegnato in altri incontri. Davvero uno stile che dà valore all&#8217;istituzione. Monti ha un&#8217;attenzione molto più professorale, di chi vuole provare a capire e conoscere».</p>
<p><strong>Che cosa le ha chiesto?</strong></p>
<p>«Ha detto: mi dia qualche speranza per questo paese. Ho risposto che ci sono tante persone che hanno fiducia nelle istituzioni e che queste ci daranno una mano. Volevo trasmettergli l&#8217;idea che questo sistema è fatto anche di Comuni, Province e Regioni e che poteva contare su di noi, che saremo al suo fianco per un patto nel momento in cui avremo considerazione e attenzione, come nelle buone famiglie. Gli ho detto di non preoccuparsi di dover trovare il consenso tra partiti diversi, perchè noi enti locali su alcuni temi parliamo una lingua uguale per tutti. Noi dell&#8217;Anci non abbiamo problemi di destra e di sinistra&#8230;».</p>
<p><strong>Come vi siete salutati?</strong></p>
<p>«Ha detto: &#8220;Guardate, dopo questo colloquio sono ancora più convinto di accettare e di andare a preparare la lista dei ministri»</p>
<p><strong>La battaglia per migliorare il Patto di stabilità?</strong></p>
<p>«Ha insistito molto sulla crescita e ha chiesto di ragionare su questo problema.Ora dipenderà molto dai tanti problemi internazionali che avrà sul piatto. Però il ragionamento è iniziato». </p>
<p>Tratto da Paolo Patria, Resto del Carlino - Reggio Emilia, 17/11/2011</p>
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		<title>Città e forze sociali per la crescita e lo sviluppo del Paese</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 22:16:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una proposta aperta al contributo di sindaci, amministratori e associati, per raccogliere le migliori idee per far ripartire il Paese. Mezzogiorno, liberalizzazioni, lotta all’evasione, innovazione nella pubblica amministrazione, rimodulazione del patto di stabilità, welfare: sono questi i temi su cui Anci punta per uscire dalla crisi. 
L’Italia vive una fase di grande difficoltà. Senza una strategia di crescita sostenuta è impossibile migliorare la nostra posizione internazionale.
(Per mandare contributi: <a href="mailto:comunicare@anci.it">comunicare@anci.it</a>)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><strong><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;"> </span></span></strong><span style="color: #333333;"><strong>I giorni difficili</strong></span></div>
<p><span style="color: #333333;">L’Italia vive una fase di grande difficoltà: la crisi economica e le tensioni sui mercati finanziari richiedono al nostro Paese uno sforzo straordinario per uscire da una situazione di grande preoccupazione per le famiglie, i cittadini, le imprese. In questi anni si è cercato di affrontare i rischi di instabilità principalmente intervenendo sui tagli alla spesa pubblica, soprattutto locale, con ripetute manovre che hanno penalizzato gli investimenti nelle città. Gli effetti sono stati molto pesanti: da un lato, molte imprese non hanno potuto realizzare interventi già programmati, finanziati e immediatamente realizzabili perchè bloccati dal patto di stabilità, dall’altro, i cittadini hanno dovuto rinunciare a numerosi servizi di welfare proprio nella fase più acuta della crisi, quando il bisogno di sostegno si è fatto maggiormente sentire. Nonostante questi sacrifici, i fatti hanno dimostrato che l’intervento sul solo lato dei tagli non è stato sufficiente a migliorare i fondamentali del nostro Paese e a rassicurare le preoccupazioni dei mercati. Senza una strategia di crescita sostenuta è impossibile migliorare la nostra posizione internazionale.</span></p>
<p><span style="color: #333333;"><strong>Le città, il cuore del Paese</strong><br />
Le città possono giocare un ruolo fondamentale per la crescita: è infatti nelle città che possono essere avviate azioni immediate e urgenti di sostegno allo sviluppo. Promuovere “cantieri” diffusi<br />
nelle tante città del Paese può dare il senso di un progetto ampio e concreto, capace di mettere in moto le risorse di intere comunità, nella prospettiva di un rilancio dell’Italia. E’ nelle città che si<br />
possono realizzare processi rapidi e solidi di innovazione sociale e nuovi investimenti produttivi.<br />
Nelle città possono precipitare i disegni di politiche nazionali coerenti e al contempo riconoscersi le imprese e i cittadini che intendono partecipare a uno sforzo comune per il rilancio dell’Italia.<br />
La forza del nostro Paese, a differenza di altre realtà internazionali, risiede proprio nelle città. I comuni italiani vogliono contribuire alla crescita e allo sviluppo dell’Italia, mettendo a disposizione il<br />
proprio protagonismo locale, per un disegno generale del Paese.<br />
Molte città si stanno già muovendo in questa direzione e molte persone con elevate competenze (amministratori, imprenditori, rappresentanti delle associazioni, cittadini) stanno cercando di<br />
mettere a disposizione delle comunità il proprio talento e la propria passione. Tuttavia per loro è difficile sentirsi parte di un grande disegno collettivo. In una fase così difficile per tutti è necessario<br />
valorizzare queste risorse così preziose per il nostro futuro e trovare una casa comune fuori da schieramenti e appartenenze, con il solo scopo di traghettare l’Italia verso un domani migliore.<br />
Le città al centro di un patto per lʼItalia La proposta è quella di stringere un “Patto tra città e forze sociali, per la crescita e lo sviluppo del Paese”. In questa fase drammatica della nostra vita si tratta di unire le forze più sane ed attive e disegnare insieme un programma comune in questa direzione: un programma articolato su pochi progetti semplici, concreti e capaci di dare risposta alle esigenze più immediate che abbiamo davanti. Si tratta di liberare risorse e favorire investimenti fondamentali per mettere l’Italia nelle condizioni di competere sui mercati internazionali e al contempo di garantire quell’equità sociale<br />
che i tagli alla spesa indiscriminati e lineari rischiano oggi di compromettere.</span></p>
<p><span style="color: #333333;">Le città possono mettere a disposizione molte proposte se si ha il coraggio di investire in un’innovazione dal basso capace di coinvolgere, in una grande sfida collettiva, le intelligenze e le competenze diffuse nei territori.</span></p>
<p><span style="color: #333333;"><strong>I progetti per il Paese</strong><br />
Il patto si articola in un programma costituito da cinque progetti Paese.</span></p>
<p><span style="color: #333333;"><br />
<strong>1. Le città ad alto potenziale di innovazione</strong></span> <span style="color: #333333;"><br />
L’Italia sconta un ritardo drammatico sul piano delle infrastrutture tecnologiche. Occorre investire rapidamente nella cablatura del territorio e portare la fibra ottica nelle nostre imprese e nelle nostre</span><span style="color: #333333;"> case: un grande progetto Paese per rendere le nostre città capaci di affrontare le sfide della competizione internazionale non è più rinviabile. Le città possono mettere a disposizione la conoscenza del suolo, il fast tracking per le autorizzazioni amministrative necessarie; possono impegnare le proprie strutture tecniche a fornire dati, informazioni e studi fattibilità per la cablatura del territorio, assicurare il contributo delle multiutilities di loro proprietà; possono promuovere la partecipazione di partners locali e l’adesione delle comunità a un progetto così ambizioso per il Paese, eventualmente anche facendo ricorso alle leve fiscali a disposizione (tassa di scopo).<br />
Allo stesso tempo le infrastrutture tecnologiche rappresentano solamente una condizione perché le nostre imprese possano investire in innovazione: sono un pre requisito importante, ma non sufficiente. Occorre che queste infrastrutture non siano autostrade nel deserto ma siano innervate da servizi ad alto valore aggiunto. L’Italia anche in questo ambito ha accumulato un grave ritardo.<br />
E’ necessario stimolare e promuovere la nascita di nuove imprese o di nuovi business nei settori dell’economia della conoscenza ad alto contenuto tecnologico. Ogni città oggi ha embrioni di programmi per lo start up di imprese, ma spesso queste iniziative sono disperse, frammentate e di piccole dimensioni. Manca cioè, come avviene in altri contesti internazionali, un grande programma nazionale, riconosciuto e riconoscibile, capace di ottimizzare gli sforzi e attrarre i migliori talenti in un cono di luce visibile. E’ necessario cioè fare massa critica, anche sul piano simbolico e comunicativo e orientare le iniziative nell’ambito di un grande progetto Paese. Si tratta di coagulare gli sforzi già in atto e dare un disegno a frantumi dispersi. La proposta concreta è quella di affiancare a un piano di cablatura delle città, un programma nazionale per favorire lo sviluppo di imprese e business nel settore della new economy, partecipato dalle principali industrie del Paese e articolato in declinazioni operative e scelte settoriali differenti nelle diverse città, al fine di valorizzare le competenze distintive dei singoli territori. Il fermento diffuso di nuove infrastrutture e nuovi servizi, coagulato in un progetto Paese, può rappresentare una sfida importante e una prospettiva positiva (un sogno) verso il futuro per l’Italia che si sta avvicinando all’importante traguardo di Expo 2015 senza l’entusiasmo che un evento così importante richiederebbe.</span></p>
<p><span style="color: #333333;"><br />
<strong>2. Le città laboratorio di liberalizzazioni e semplificazioni.</strong></span> <span style="color: #333333;"><br />
Come noto l’Italia è uno dei Paesi a maggiore rigidità amministrativa. A fronte di molti tentativi e dichiarazioni di principio non sono molti i risultati raggiunti. Forse una delle ragioni può essere individuata nel fatto che la strada perseguita è sempre stata quella delle riforme dall’alto: interventi legislativi nazionali che spesso sono naufragati nell’attuazione locale, o perché mal concepiti in sede legislativa, o perché distanti dalle reali esigenze e priorità o perché disattesi da una scarsa partecipazione locale al disegno riformatore. Le città possono rappresentare una grande risorsa per invertire questa tendenza. La proposta concreta è quella di un grande programma nazionale per le liberalizzazioni e semplificazioni, sperimentato a livello locale anche in deroga alla normativa, attraverso una legge speciale da approvare in parlamento. Si tratta cioè di far partire dai diversi territori istanze e proposte di liberalizzazione e semplificazione, selezionare le ipotesi più interessanti e, prima di affrontare l’iter legislativo di semplificazione, realizzare, nei territori proponenti, sperimentazioni mirate, anche in deroga alle norme, sotto il controllo e il monitoraggio di un comitato garante nazionale. Una volta testate le sperimentazioni e valutati gli impatti si procederà all’intervento legislativo, trasformando in norme generali le esperienze di successo. In questo modo si potrebbero avviare nelle città italiane un consistente numero di laboratori sperimentali e giungere, in tempi ragionevoli, a un grande disegno di legge di liberalizzazioni e semplificazioni, partecipato e già testato dalle realtà locali che dovranno poi attuarle concretamente.</span></p>
<p><span style="color: #333333;"><br />
<strong>3. Le città in lotta contro lʼevasione fiscale</strong></span> <span style="color: #333333;"><br />
L’evasione fiscale è uno dei principali problemi del Paese sia sotto il profilo dell’impatto sui fondamentali macro economici, sia sotto l’aspetto, non meno importante, dell’equità sociale. Le città possono offrire un contributo fondamentale alla lotta all’evasione. E’ infatti nella vita quotidiana nelle città che questa avviene. Ill patrimonio di risorse a disposizione delle città per affrontare questo problema è molto  importante sia per quanto riguarda la capacità di controllo sociale, sia per quanto concerne la disponibilità di fonti informative utili a definire programmi mirati di accertamento. Le norme recentemente introdotte che incentivano i Comuni in questa direzione sono un importante strumento messo in campo. Tuttavia spesso ci si scontra con la difficoltà operativa dei Comuni ad acquisire importanti basi informative a disposizione di altri Enti nazionali e amministrazioni statali. In questo campo si tratta di definire protocolli di intesa più cogenti di open data tra amministrazioni locali, enti pubblici e amministrazioni statali in modo da mettere in grado i Comuni di migliorare la propria capacità di segnalazione all’Agenzia delle Entrate perché questa possa intervenire con accertamenti mirati. La strategia è quella cioè di rafforzare la capacità dei Comuni di accedere ed utilizzare le informazioni già disponibili presso altre amministrazioni al fine di coordinare e finalizzare la lotta all’evasione nel Pease.</span></p>
<p><span style="color: #333333;"><br />
<strong>4. Le città come luoghi della contrattazione del welfare.</strong></span> <span style="color: #333333;"><br />
I tagli ai fondi nazionali di welfare hanno messo in crisi le fragili architetture del welfare locale italiano, peraltro già distante dai livelli minimi richiesti dalla competizione internazionale. Fragili sistemi di welfare infatti determinano condizioni più difficili per la crescita lasciando al carico familiare l’onere della cura e sottraendo al sistema produttivo risorse importanti per lo sviluppo. L’assistenza e la scuola sono servizi minimi che le città devono assicurare se intendono giocare la propria partita in termini di attrazione degli investimenti e garantire ai propri cittadini condizioni necessarie di coesione. A fronte dei tagli ai fondi nazionali e di una crescente domanda di intervento si sta delineando una forbice che penalizza le famiglie, i lavoratori, il sistema produttivo.<br />
Al contempo le imprese più evolute del Paese stanno sperimentando forme di welfare aziendale, consapevoli di questa carenza strutturale e nella prospettiva di assicurare ai propri lavoratori migliori condizioni di benessere. Tuttavia queste iniziative, seppure importanti faticano a iscriversi in un disegno di politiche di welfare locale, rimanendo episodi rinchiusi nella relazione di impiego della singola impresa. Portare la riflessione sul welfare aziendale dal luogo di lavoro, alla città, può rappresentare una strada importante per salvare le nostre scuole e i nostri servizi. Si tratta cioè di sperimentare un legame più stretto tra contrattazione territoriale sulle politiche pubbliche e contrattazione integrativa sui piani di welfare aziendale nei luoghi di lavoro. Trasformare cioè a tutti gli effetti, la responsabilità sociale d’impresa in una responsabilità verso la comunità, superando la visione filantropica e iscrivendola in un quadro contrattuale, può essere una sfida importante per il Paese. Un accordo nazionale in tal senso tra parti sociali e rappresentanza delle città può aprire una nuova stagione di concertazione territoriale e di contrattazione aziendale capace di uscire dal dilemma tra minori risorsi e bisogni crescenti.</span></p>
<p><span style="color: #333333;"><br />
<strong>5. Le città del sud, una risorsa per il Paese</strong></span> <span style="color: #333333;"><br />
Le città del sud possono rappresentare la vera risorsa per il Paese sia per le potenzialità che offrono in assoluto, sia per i margini di miglioramento conseguibili. Occorre mettere a fuoco una nuova strategia, più ponderata e mirata rispetto a quelle finora messe in campo. E’ necessario cioè uscire dalla idea di una generica “politica per il sud”. Il sud, come il nord, è fatto di molte realtà diverse, articolate, autonome e con bisogni, competenze e opportunità estremamente diversificate tra loro. Riconoscere ciò è un passaggio fondamentale per ipotizzare politiche differenziate e più coerenti con le specificità di territori molto diversi e distanti tra loro. In questa prospettiva due sembrano le esigenze di fondo. In primo luogo occorre riflettere sulle condizioni minime essenziali che le città devono offrire ai propri cittadini in termini di capacità di funzionamento e sulla base di questa analisi approntare urgentemente le condizioni minime di competitività. In secondo luogo occorre focalizzare le diverse competenze distintive e far partecipare ad armi pari le città del sud alla competizione internazionale. Valorizzare la posizione geografica delle nostre città è un asset decisivo negli scenari che si stanno aprendo sia con riferimento al nuovo scacchiere del nord Africa sia nelle relazioni economiche che si sono sviluppate verso oriente. Questa questione decisiva per lo sviluppo dell’Italia richiede da un lato, una chiara strategia geo-politica nazionale ed europea alla<br />
cui definizione e attuazione le città del sud possono contribuire fattivamente, e dall’altro aver costruito le premesse perché le nostre città abbiano le condizioni minime di funzionamento per confrontarsi con le altre città europee del bacino del mediterraneo. Questo ambizioso disegno richiede un livello di approfondimento importante e una sede di confronto permanente per mettere a punto analisi e piani di intervento coordinati. La proposta operativa è quella di costituire una fondazione aperta alla partecipazione delle parti sociali e destinata a definire studi e programmi locali di intervento rivolte a valorizzare e innovare le città del nostro sud.</span></p>
<p><span style="color: #333333;"><br />
<strong>Il governo del patto</strong></span> <span style="color: #333333;"><br />
Il patto si articola in tre fasi.</span></p>
<p><span style="color: #333333;">La<strong> prima fase,</strong> di livello nazionale, riguarda la stesura del patto e la messa a punto dei cinque progetti operativi (risultati attesi, fasi, tempi e sistemi di governance per ogni progetto).</span></p>
<p><span style="color: #333333;">La <strong>seconda fase</strong> sarà dedicata alla concertazione da attuare a livello di città: nelle città, i sindaci e le parti sociali declineranno il patto nazionale in un piano di azione locale, capace di articolare i<br />
progetti rispetto alle specifiche caratteristiche del territorio e alle esigenze delle città.</span></p>
<p><span style="color: #333333;">La <strong>terza fase</strong> riguarderà l’attuazione del patto. Questa fase richiede una forte collaborazione tra il centro e la periferia. Il livello locale sarà impegnato nelle azioni concrete di attuazione del patto, mentre il livello nazionale avrà il compito di supportare le città, di coordinare i lavori, monitorare e valorizzare le esperienze, coinvolgere gli amministratori e i soggetti del territorio, garantire una comunicazione nazionale, assicurare le utilità di crescita, scambio e confronto per le comunità di innovatori che si verranno a costituire. Questa sorta di raccordo tra autonomia territoriale e visibilità del disegno nazionale è la chiave<br />
fondamentale per assicurare tre fattori critici di successo del patto: la concretezza locale degli interventi; il coinvolgimento attivo di una grande quantità di innovatori che sul territorio nazionale si muoveranno nella prospettiva di un disegno comune di crescita del Paese; la visibilità di un programma nazionale, che seppure realizzato tramite numerose esperienze locali consente di percepire una strategia unitaria e concreta per la crescita e la coesione dell’Italia.</span></p>
<p><strong>(www.anci.it)</strong></p>
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