Celebrazione del 65° anniversario dei Caduti delle Reggiane: l’eccidio di Antonio Artioli, Vincenzo Bellocchi, Nello Ferretti, Eugenio Fava, Armando Grisendi, Gino Menozzi, Osvaldo Notari, Domenica Secchi, che aspettava un bambino, e Angelo Tanzi avvenne infatti il 28 luglio del 1943, nei cortili interni all’area industriale di via Agosti.
Erano presenti rappresentanti delle Associazioni partigiane Anpi, Alpi e Apc, Sesta e Settima Circoscrizione, Direzione aziendale delle Officine Fantuzzi Reggiane, Comitato ex operai e impiegati delle Reggiane, Sindacati, Comitato provinciale democratico costituzionale, Istoreco, autorità cittadine.

 

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““Non si può venire qui alle Reggiane, stare in questo viale e tra questi stabilimenti, senza che scorrano le immagini e le speranze che in questo luogo si sono espresse, e senza guardare al presente e al futuro di chi lavora qui oggi. E’ più che mai presente in noi la consapevolezza di un futuro che tutti ci impegna. Il progetto di continuare a mantenere in questa parte di città una forte identità imprenditoriale e occupazionale è nelle nostre prime preoccupazioni e nei prossimi giorni – è in programma un incontro lunedì – sapremo meglio come procedere in un cammino in cui la città, l’azienda e le forze sociali hanno obiettivi comuni”.

 “Da questa crisi in atto oggi – ha detto Delrio – possiamo comunque trarre una prospettiva di speranza. Dobbiamo e abbiamo ragioni per guardare avanti, liberi da paure infondate come quelle che rischiano di essere alimentate da provvedimenti come la dichiarazione di emergenza nazionale per l’immigrazione, fatta oggi dal Governo. E’ da infondate paure che sono nati fatti come l’eccidio delle Reggiane”.

“Questo luogo – ha proseguito il Sindaco – è segnato nei decenni da immagini forti. Da ultime, quelle aeree, recentemente emerse, dei bombardamenti su questa zona e davvero impressionanti. Le Reggiane sono il simbolo per eccellenza dell’intelligenza creativa e della lotta sociale e politica della città. Ma proprio per questo sono state attraversate anche da tragedie incancellabili, come quella che ricordiamo oggi, quando venne fatto fuoco sul corteo di operai, di cittadini inermi che voleva dire no alla guerra e sì alla pace. Quegli spari, incomprensibili, furono l’interruzione di un cammino verso la pace. E quel sacrificio di cittadini che speravano nel futuro, in quel momento rappresentato da una possibile svolta di pace portata dal nuovo governo Badoglio, una svolta che non arrivò, diede impulso alla Resistenza, che di lì a poco sarebbe iniziata. A nulla sarebbe valso infatti il sacrificio di queste persone, a nulla sarebbe valsa la lotta di Resistenza stessa, se non si fossero poi traguardate la pace, la democrazia e se questi sacrifici non fossero diventati una linfa per una conciliazione degli animi del Paese e per la democrazia”.

“E’ pensando a queste persone – che si erano messe a camminare in questo viale non certo pensando di andare a morire, ma con un anelito di libertà – che ancora oggi dobbiamo sentirci impegnati perché, come diceva il costituente Giuseppe Dossetti, ‘in nulla venga menomato e tradito il messaggio e il compito che i nostri morti ci hanno lasciato’. Non menomare e non tradire quel messaggio vuol dire essere vicini alle speranze delle persone, dei singoli e delle famiglie, per una vita dignitosa di tutti, la salvaguardia dei posti di lavoro, la capacità di reddito delle famiglie, la realizzazione dei giovani fuori fa false ideologie mediatiche, la rimozione degli ostacoli – come dice la Costituzione – che impediscono il libero sviluppo delle persone”.

reggiane1“Si sparò – ha detto il segretario regionale della Cgil, Barbi – su un corteo di inermi, che volevano semplicemente raggiungere una piazza per esprimere la loro richiesta di pace. Si sparò perché quel ‘dire’ era estraneo alla cultura dell’obbedienza imposta fino ad allora, era un ‘dire’ che spaventava. Ma chiediamoci prima di tutto perché quelle persone, quei lavoratori si mossero. Lo fecero perché volevano sentirsi protagonisti del futuro. Erano produttori, quindi erano protagonisti e ne erano consapevoli, rappresentavano una comunità del lavoro. E si sentivano in diritto di dire la loro alla città. Volevano pace, furono costretti a diventare eroi per questo, senza volerlo. Non riuscivano a credere che si potesse sparare su di loro, quel giorno, appena tre giorni dopo la caduta del fascismo”.
“Oggi – ha aggiunto Barbi – viviamo un mondo dove spesso il lavoro che produce la società, oltre alle cose, è svalorizzato. Nel pensiero, soprattutto quello dei media, il lavoro e i lavoratori scompaiono. In realtà, molti lavoratori oggi sono ancora lì, perché la vita sociale si riproduca. Il lavoro, soprattutto quello industriale, esiste, come esistono le vite e le storie dei lavoratori, anche se qualcuno tenta di farcelo dimenticare. Noi oggi lo ricordiamo e questo è il modo migliore per ricordare i Caduti delle Reggiane”.

(26 luglio 2008)