La corda si è spezzata. Relazione all’Anci

 

IL GRAZIE E L’INVITO ALL’ASCOLTO A NAPOLITANO E MONTI

XXIX assemblea ANCI“Ringrazio prima di tutto il presidente della Repubblica per il suo messaggio. Noi rivolgiamo a lei, signor Presidente, da questa bellissima città così amata dagli italiani, un saluto affettuoso e un ringraziamento per l’attenzione e la vicinanza ai Comuni italiani, ai sindaci. Le rinnovo la stima da parte di questa assemblea. La sua guida, i suoi moniti, il suo insegnamento fatto di parole e gesti, il suo esempio, hanno rappresentato per ciascuno di noi, e tuttora rappresentano, in questi mesi di grande preoccupazione, un costante riferimento, una bussola per procedere.

 Noi guardiamo a lei, e lei ascolti la nostra voce, comprenda le nostre ragioni e giudichi se sono improntate a equilibrio, a concretezza, al desiderio di fare il bene, di costruire un presente e un futuro migliori per le nostre comunità.

 Giudichi se difendiamo una casta, o noi stessi, o se invece cerchiamo di rappresentare il diritto-dovere di ciascun italiano e ciascuna italiana di essere parte responsabile della nazione, della comunità, di essere parte viva dell’avventura della nostra patria, cittadini degni d’essere chiamati così.

 E’ un invito a comprendere le nostre ragioni che rivolgiamo anche al presidente Monti, che ringraziamo di essere qui con noi. E’ un segno di attenzione importante, la presenza del governo oggi. Migliaia di sindaci e amministratori qui a Bologna, e altre migliaia come ogni giorno impegnati nei loro comuni, sono consapevoli del servizio che lei rende a questo Paese, presidente Monti; del servizio che lei rende agli italiani, con massima autorevolezza, sobrietà e credibilità. Il suo incarico in una fase di grande pericolo per il Paese, di difficoltà della classe politica nazionale, ha consentito indubbiamente di iniziare un nuovo corso.

 E come sindaci abbiamo dimostrato con i fatti e le proposte di voler accompagnare il Paese in questo tornante della sua storia. Certamente questo governo, e i fatti che lo hanno determinato, hanno proposto alcuni punti fermi su certe questioni rispetto alle quali credo non sia più consentito volgere lo sguardo indietro.

 A nostro avviso però, la prospettiva che riguarda la Pubblica amministrazione, i rapporti tra le istituzioni, è ancora incompleta. Possiamo migliorare.

 Per certi aspetti, dobbiamo dichiararci insoddisfatti. Lei ha detto agli italiani che il tempo è scaduto. E molti di noi convengono, lo hanno a loro volta sostenuto. La crisi complessiva, politica e istituzionale, di sistema, che avvolge questo Pese è conclamata.

 ABBIAMO FATTO DI DIFFICOLTA’ VIRTU’ – “I sindaci, nonostante i nostri strumenti di governo siano stati fortemente ridotti e vincolati, hanno fatto in questi anni di ‘difficoltà virtù’. Se in questo Paese si conserva una relativa tenuta sociale, ciò è dovuto soprattutto alle fatiche e al lavoro delle Amministrazioni comunali. Non perché i sindaci siano più bravi di altri. Noi non vogliamo dire questo. Ma perché la vita dei cittadini italiani, dalla nascita alla morte, è indissolubilmente legata ai Comuni più che a qualsiasi altra istituzione. In molti, in questi giorni, dicono che non siamo tutti uguali. Io mi sento di dire, dati alla mano e al di là di ogni dubbio, che i sindaci sono un po’ meno uguali degli altri. Credo che abbiamo bisogno di dialogare con le altre istituzioni della Repubblica, abbiamo bisogno di istituzioni forti, nessuno di noi auspica un indebolimento del livello provinciale, di quelli regionale e statale, perché sappiamo che dai rapporti e dalle relazioni istituzionali corrette e forti arrivano risposte soddisfacenti per il Paese.

 Come abbiamo detto più volte, fin dall’inizio del suo governo – ha detto delrio rivolgendosi a Monti – i Comuni e le città sono parte della risposta alla crisi, che è una crisi dell’economia, ma anche una crisi della politica.

  LAVORARE INSIEME E’ UN SUCCESSO – “Le città non sono parte del problema. Sono la risorsa per risolvere il problema. L’energia delle comunità periferiche va sfruttala e liberata. I cittadini stessi ci insegnano quale sia la strada più naturale in una situazione di pericolo: cioè quella di ritrovarsi insieme e di lavorare insieme.

Diceva Henry Ford che trovarsi insieme è un inizio, restare insieme è un progresso, lavorare insieme è un successo.

 Credo che noi abbiamo proposto fin dall’inizio un lavoro serio, con tutte le istituzioni repubblicane. E i nostri cittadini ci indicano la strada, anche con l’esperienza del terremoto: dopo aver lasciato le case pericolanti, i nostri concittadini hanno ritrovato la forza insieme. Le città, le comunità esistono dove c’è forza per reagire insieme, unitariamente, nei cortili, nei parchi pubblici, nelle scuole, con gli anziani e con i bambini, nelle tende, dove si poteva… anche su due sedie in mezzo alla confusione o a un campo allestito con le tende. La prima ricerca della nostra gente in pericolo è stata quella per ritrovare il legame sociale; la ricerca della cura vicendevole prima ancora di occuparsi di se stessi e del proprio destino. Al loro fianco, insieme al volontariato, al lavoro straordinario della Protezione civile statale e regionale, ci sono stati soprattutto i sindaci. Anche noi, come Anci nazionale, ci siamo stati: con il segretario Angelo Rughetti, che si è dedicato in questi mesi a un’opera di coordinamento dedicata ad affiancare il presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani. Di questo ringrazio tutta la struttura dell’Anci nazionale, che ha cercato di dare risposte immediate, nell’emergenza del terremoto.

 Credo che sia così che si combatte la crisi della politica e delle istituzioni: stando vicini. Ed è così che rinnoviamo nei cittadini la fedeltà alla Repubblica: facendoci amici dei cittadini, avendo cura della loro vita quotidiana. Quindi dalla crisi possiamo uscire insieme, ritrovando valori, regole, recuperando l’autorità e la credibilità delle istituzioni.

 UNA POLITICA RINNOVATA – Una politica rinnovata, capace di guidare i cambiamento, è l’unica risposta al malessere sociale e individuale, che è fatto di scetticismo e disaffezione, da un’attesa in questi anni tradita, da un’incapacità a decidere e a fare. In un  crollo impressionante della fiducia dei cittadini, i Comuni rimangono un’istituzione che la maggioranza degli stessi cittadini avverte ancora come necessaria. Noi siamo, noi vorremmo essere sempre più la buona politica, la politica del fare e dell’agire. Penso ai sindaci Nathan e La Pira, che hanno fatto la storia delle loro città.

 

NON SI UMILIA LA POLITICA. SERVE FIDUCIA NEI COMUNI

In questi giorni si dice che si può fare politica a costo zero. Lo confermo. Molti sindaci lo fanno, tutti i giorni. Si dice che si può gestire con maggiore efficienza i servizi, evitando gli sprechi. Lo confermo: possiamo fare meglio. Lodo le centinaia di colleghi sindaci anche nei piccoli comuni, che rinunciano a oltre la metà di quegli stipendi per le loro comunità. Con loro, molti consiglieri comunali rinunciano all’indennità, nella quasi totalità dei Comuni piccoli.

 Siamo consapevoli, dicevo, che c’è ancora molto da fare per l’efficientamento: il lavoro pubblico delle nostre Amministrazioni, delle nostre partecipate può molto migliorare.

Diciamo però una cosa molto chiara: non si può pensare di mettere a posto i conti umiliando la nostra azione e non si può pensare di sostituire la politica con la Corte dei conti: quella è una strada sbagliata. Noi abbiamo chiesto a noi stessi prima che agli altri di essere parte del cambiamento, di essere protagonisti del cambiamento. Nessuno si illude di mantenere immutato quello che abbiamo. I mutamenti sono in atto, sono travolgenti, nella vita quotidiana. Per noi innovazione e cambiamento sono parole positive. Sono parole che possono significare sacrifici da compiere, ma serve costruire qualcosa di nuovo. C’è bisogno allora di rifondare quell’autorevolezza morale, quella forza politica istituzionale collettiva che l’Italia ha saputo esprimere nei tornanti decisivi della sua storia.
E dobbiamo sviluppare un patto civico e civile nuovo, in cui vi sia la disponibilità da parte di tutti, nel modo più equo, a fare sacrifici per il futuro dei nostri giovani.
L’Italia ha intrapreso questo cammino sotto la sua guida. Ma è necessario che nessuno si smarrisca.

E’ necessario coniugare, come è stato detto in primo luogo da lei: rigore, crescita, equità e coesione sociale.

Noi vorremmo fare l’ennesimo invito al governo, oggi: presidente, creda nei Comuni; abbia fiducia nei Comuni come leali compagni di viaggio. I Comuni sono un elemento costitutivo infrangibile dell’unità nazionale. Scommettere sui Comuni, significa scommettere sul riscatto dell’Italia. Ascoltare i nostri problemi significa ascoltare i bisogni della gente.

 Parlare di politica e di impegno politico incrociando i nostri pensieri, significa provare a interpretare la società e i suoi mutamenti. In questo luogo, oggi, c’è un affresco dell’Italia, con il suo presente e il suo futuro, che nasce dall’ascolto della nostra gente, dallo sforzo di coglierne gli umori di fondo, i processi profondi che attraversano le comunità e i territori.

 L’ARGINE DEL GOVERNO, IL RISCATTO MORALE E LA COMUNITA’ – Il suo governo, Presidente, ha consentito di erigere un argine essenziale alla deriva finanziaria. E’ giusto riconoscere il merito di aver affrontato con decisione questioni che per troppo tempo giacevano irrisolte, e soprattutto di avere segnato un cambiamento, spero definitivo: un cambiamento di stile, di cui il Paese ha massimo bisogno. Il riscatto morale e l’affermazione della buona politica è possibile soprattutto partendo da quei valori su cui noi ci fondiamo, principi semplici e ineludibili: serietà, competenza, desidero di essere d’esempio, di fare del bene alla gente comune, di migliorare la vita delle nostre comunità.

 Le comunità locali sono il tessuto di base della comunità nazionale, ciò che dà ad essa forza ed alimento. Abbiamo chiesto che il governo investisse sulle nostre risorse di intelligenza e di competenza. Anche per aiutarci a realizzare quei Progetti Paese di cui abbiamo parlato un anno fa a Brindisi. Non abbiamo voluto semplicemente accodarci alle politiche del governo, aspettarci che il cambiamento venisse dall’alto. Abbiamo voluto promuovere noi, partendo dal basso, un nuovo cammino, una nuova vitalità delle comunità.

 DAL FISCO ALLE SMART CITIES – Lo abbiamo fatto, insieme all’Agenzia delle entrate, con un progetto sul Fisco, che tiene insieme il versante dell’accertamento e della riscossione con quello del contrasto all’evasione ed elusione, e che sfida i Comuni ad impostare un rapporto sano e maturo con i cittadini, basato su un patto fiscale rinnovato, garantito dalla lealtà e dalla trasparenza nell’esercizio della leva fiscale, dall’educazione nell’uso delle risorse pubbliche, assicurando risorse certe e riconoscendo libertà decisionale nel destinare ulteriore gettito fiscale secondo politiche autonome e flessibili.

 Abbiamo fatto un progetto sulla valorizzazione del patrimonio, per aiutare i Comuni, in relazione con gli altri investitori istituzionali, a utilizzare al meglio i beni. E qui il governo ci ha ascoltato: abbiamo fatto partire i due fondi, della Cassa depositi e prestiti e dell’Agenzia del demanio, perché troppo spesso la vendita del patrimonio era impossibile, a causa dell’assenza di partecipazione alle aste.

 Abbiamo voluto, proprio con il ministro Profumo, mettere in piedi un progetto sulle smart cities, sull’innovazione che parte dal basso; abbiamo costituito l’Osservatorio sulle smart cities, abbiamo lavorato per diffondere buone pratiche e continueremo a farlo, perché non vogliamo che questo tema, che è di prospettiva europea e ci consentirà di intercettare finanziamenti, diventi un tema secondario nella nostra agenda. L’Italia ha il più alto numero di sindaci che aderiscono al Patto europeo per la sostenibilità, ha dunque una grande risorsa dentro il suo tessuto vitale e vi sono progetti immediatamente cantierabili, che rendono più competitivi i nostri territori.

 SPRECHI E CORRUZIONE: COLPIRE I CASI SINGOLI, RIFUGGIRE DAI GIUDIZI SOMMARI

Siamo una risorsa per il nostro Paese. Abbiamo fatto proposte.

Ed è un gravissimo errore politico e culturale che i Comuni siano descritti in questo periodo, anche con una morbosità inusuale, come luoghi di sperpero, di arricchimento, di cattiva gestione. Colpiamo i casi singoli, rifuggiamo da giudizi sommari. Siamo i primi noi a chiedere di colpire chi ruba e chi spreca, perché così facendo tradisce tutti i sindaci. Attenzione però a non indebolire il senso della nostra missione.

E’ necessario però usare parole di verità.

I sindaci hanno, rispetto agli altri livelli di governo, le norme più rigorose in materia di requisiti per la candidatura. Abbiamo il vincolo del doppio mandato: da noi non c’è la discussione su chi si candida e non si ricandida. Abbiamo quindi la possibilità di essere sottoposti al giudizio diretto dei cittadini, per l’investitura; e abbiamo invece rappresentanti del popolo che vengono nominati in altra maniera. Abbiamo le indennità per cariche istituzionali, come detto, più basse anche se confrontate con gli altri Paesi europei. A questo si aggiunge la sospensione di diritto dell’elettorato passivo in caso di dissesto finanziario, previsione che era già introdotta in un decreto del federalismo fiscale e che è stata ripresa dal governo con un sapore anche un po’ propagandistico.

 Non rifuggiamo il giudizio e le sanzioni. Ma sarebbe cosa buona e giusta, prevedere una medesima sanzione per ogni carica istituzionale e per tutti coloro che gestiscono risorse pubbliche. E’ una cosa che avevamo detto all’allora ministro Calderoli e che vale per tutti. Avanti contro la corruzione e lo spreco di denaro pubblico, per la responsabilità di ognuno. Ognuno di noi ci mette la faccia, è giusto che venga giudicato. Però, regole uguali per tutti.

  

SERVONO AUTONOMIA E RESPONSABILITA’. SACRIFICARE RENDITE DI POTERE – Noi pensiamo di avere delle proposte, di essere disponibili a sacrificare aspetti consolidati, rendite di potere, perché sappiano che bisogna modernizzare. Noi siamo laboratori di innovazione, di responsabilità. Noi chiediamo però al governo che venga fissato un punto fermo e che è uno dei presupposti per oltrepassare insieme questo guado.

Siamo qui a chiedere autonomia e, insieme, a volere più responsabilità.

Queste sono le condizioni per un’autentica maturazione del nostro sistema democratico. Autonoma e responsabilità le abbiamo chieste al governo precedente, la chiediamo anche oggi.

 Prima soffiava forte il vento del federalismo, ma era poco praticato; oggi soffia un vento contrario, e parlarne pare surreale, ma noi non siamo degli autonomisti pentiti. Non ci pentiamo del percorso di federalismo. Se lo critichiamo è semplicemente perché ci pare che non sia stato compiuto fino in fondo. Perché questo federalismo è stato basato molto su un trasferimento di competenze dallo Stato alle Regioni, ma molto poco c’è stato di federalismo municipale. Crediamo che questo federalismo municipale sia già indicato nella Costituzione, così come è nella nostra storia.

 Luigi Einaudi, nel 1944, in una lettera dal titolo particolare, ‘Via i prefetti !’, scriveva così:
‘Chi vuole che gli italiani governino se stessi, faccia subito eleggere i Consigli municipali e dia agli eletti il potere di amministrare liberamente, di far bene e di farsi rinnovare il mandato; di far male e di farsi lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando non possono scaricare su altri, sul governo per esempio, la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma così: col provare e riprovare, attraverso fallimenti e successi. L’unità del Paese non è data dai prefetti, dai provveditori, dagli intendenti di finanza, dai segretari comunali, dalle circolari, dalle istruzioni, dalle autorizzazioni romane. L’unità del Paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani i quali imparino, nei comuni, a proprie spese, a governarsi da sé’.

Noi chiediamo questa autonomia, per esercitare la nostra funzione primaria, cioè costruire una comunità di persone, unite da regole di convivenza pacifica; vogliamo governare insieme i processi sociali, culturali, umani, promuovendo la maturazione. Non ci interessa il federalismo senza autonomia. Perché avvicinare l’esercizio del potere pubblico ai cittadini deve significare, in primo luogo, che chi governa deve esercitare piena autonomia politica.

 FEDERALISMO INTELLIGENTE: UN ERRORE TORNARE INDIETROLa riforma federale, sul piano fiscale, oggi è incompleta, lasciata a metà. Tornare indietro però rispetto a una prospettiva di federalismo municipale, di decentramento di poteri, è un grave errore politico e culturale. Allora, basta con la deresponsabilizzazione.
Non vogliamo più nemmeno per noi stessi ripiani a pie’ di lista, Comuni che ricevono sottobanco soldi per bilanci fatti male.
Noi non vogliamo più regole uguali per situazioni diseguali. Vorremmo alcune regole e vincoli generali, chiari, semplici e non un ginepraio di norme che non aiutano noi e chi deve controllare.

 Si può attuare un autonomismo e un federalismo dei tagli lineari, che mortifica ciò che di buono e redditizio producono oppure un federalismo municipale, ragionevole e intelligente, che differenzia le regole, le misure, gli interventi, aiutando chi sta indietro ad andare avanti e motivando chi sta avanti a trainare il Paese.

 Un federalismo che fissa i fabbisogni, che garantisce che tutti i Comuni siano in grado di raggiungerli gradualmente tenendo conto delle loro capacità fiscali, ma che poi premi efficienza, qualità dei servizi, buona amministrazione.

 Non disperdiamo ciò che di buono contiene la visione autonomista, con misure dirigiste che spesso sono proclami inapplicabili.

 Siamo soffocati da controlli da parte degli enti più disparati, ora vi saranno nuovi e penetranti controlli sugli atti di spesa. Non abbiamo problemi a farci controllare. I Comuni devono essere case di vetro. L’Anci non è il sindacato che copre malefatte o comportamenti ambigui. L’Anci è la casa dei Comuni dalle cui finestre si può guardare dentro.

Per poter essere protagonisti, abbiamo però bisogno di un quadro istituzionale certo.

 LE PROVINCE ENTI DI SECONDO GRADO, COME IN GERMANIA Chiediamo un’accelerazione, riguardo al decreto sulla spending review, in tema di riordino delle Province e delle Città metropolitane. Pensiamo che ciò sia importantissimo, fare rapidamente, sulla base dei punti di cui abbiamo discusso in maniera costruttiva con il governo – abbiamo atteso infatti per lungo tempo che la carta delle autonomie fosse approvata dal Parlamento e poi abbiamo chiesto al governo di inserire le norme che riguardavano i Comuni nel decreto sulla spending review perché non c’erano i tempi e noi avevamo e abbiamo fretta di poter avere chiarezza di attribuzione di compiti, sapere chi fa cosa, come viene fatto e con quali risorse.

 Crediamo molto che le Province debbano, come in Germania, diventare enti di secondo grado. Auspichiamo che la sentenza della Corte costituzionale faccia proseguire questo percorso.

 E siamo stati molto felici del fatto che il governo abbia inserito il decreto sulle Città metropolitane. E’ stata una bella dimostrazione del fatto che insieme si possono fare buone riforme. E voglio dare atto al ministro Patroni Griffi e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Catricalà della possibilità che ci hanno dato di far compiere un passo avanti al sistema istituzionale territoriale. E’ una riforma storica. E devo ringraziare i sindaci Orsoni e Merola che hanno lavorato con passione e determinazione al decreto sulle Città metropolitane. Così come voglio ringraziare il ministro Cancellieri, e le forze politiche e i singoli parlamentari impegnati, per aver collaborato con Mauro Guerra, Enrico Borghi e Dimitri Tasso per la normativa sui piccoli Comuni.

 Sul tema del riassetto istituzionale ci siamo mossi per portare avanti le riforme, il cambiamento. E abbiamo lavorato e lavoreremo per spingere a un mutamento anche chi cerca di resistere. Lo stesso faremo per ridurre i costi di funzionamento, per ridurre strutture e apparati, che non solo costano, ma sono di ostacolo all’efficienza della Pubblica amministrazione. Abbiamo lavorato e lavoreremo per riformare una burocrazia ridondante e complicata, con procedure che coinvolgono troppi enti e creano troppe lungaggini, e che aprono lo spazio alla corruzione.

Le norme sulla riduzione delle Province e il riassetto delle funzioni fondamentali per i Comuni, l’istituzione delle Città metropolitane, la gestione associata obbligatoria delle funzioni per più di 5mila Comuni, sono riforme che abbiamo voluto e fatto insieme e stanno determinando un cambiamento importante nella nostra Repubblica. Le soluzioni cambieranno veramente l’ordinamento repubblicano, ridaranno un nuovo disegno, permetteranno di concentrarci sugli interessi dei cittadini.

 CITTA’ METROPOLITANE, PICCOLI COMUNI E GESTIONE ASSOCIATA – Le grandi città, quelle metropolitane, sono in grado di essere di stimolo alla crescita. La grande sfida che abbiamo davanti è per la crescita del Paese e ormai la competizione si fa nelle grandi aree urbane: la competizione ad esempio di Milano è con Parigi e Londra; quella Barcellona è con Napoli e Bari. Visto che nelle città metropolitane si produce oltre il 50% del Pil mondiale, secondo i dati Ocse, dobbiamo permettere alle grandi aree urbane di diventare avanguardia di un Paese moderno. E quindi queste città assumeranno funzioni di coordinamento delle politiche pubbliche, funzioni sulle reti infrastrutturali, sulla gestione dei servizi.

 Sia le Province come enti di secondo grado, sia le città metropolitane saranno pivot del rinnovato sistema di governo locale.

 Infine, ma non ultima per importanza, la normativa che riguarda sia le funzioni fondamentali dei Comuni, finalmente definite (il federalismo infatti era partito senza definire le funzioni di ognuno), ma anche la normativa sui piccoli Comuni.

 E anche qui abbiamo assunto un rischio. In Francia vengono gestite in maniera associata il 97% delle funzioni comunali. Noi abbiamo detto che entro il 2013, nove funzioni su 10 verranno gestite in Italia in maniera associata. E’ un rischio di cambiamento: chiediamo che a quei Comuni, che intraprendono i percorsi di unione di questo tipo, percorsi coraggiosi addirittura di fusione tra piccoli Comuni, venga riconosciuta l’esenzione dal Patto di stabilità e la possibilità di lavorare serenamente a questi processi di riorganizzazione. Altrimenti, il rischio è che la riforma rimanga a metà.

UNA CLASSE POLITICA LOCALE RIFORMATA – Da questa riforma, se ben attuata, potrebbe uscire una classe politica locale radicalmente riformata, rappresentata da due soli livelli eletti direttamente dai cittadini, le Regioni e i Comuni, con le città metropolitane come motore dello sviluppo, i Comuni come perno della democrazia e della responsabilità del fare, che si affianca alla democrazia rappresentativa propria delle Camere e delle Regioni.

 Il nuovo governo locale non è quindi soltanto un salto in avanti nella modernizzazione del Paese, è anche maturazione e consolidamento di quella democrazia dei cittadini e della cittadinanza che è alla base della nostra Repubblica.

 

AUTONOMIA FINANZIARIA ED IMU – Un altro punto chiave, che vogliamo sottolineare, oltre al tema dell’autonomia normativa che è una delle gambe della nostra azione e che credo abbiamo conquistato con questi decreti, è il tema dell’autonomia finanziaria. Noi vorremmo un’autonomia finanziaria essenzialmente basata sul cespite immobiliare, per fondare una gestione finanziaria basata su risorse certe, virtuosa, in modo da responsabilizzare i Comuni.

 Pensiamo di avere il dovere di andare dai cittadini a chiedere che paghino le tasse. Abbiamo il dovere di chiedere che paghino le tasse sulla casa, sui rifiuti, dobbiamo spiegare loro che a tasse pagate bene corrispondono buoni servizi. E dobbiamo spiegare loro che se i nostri servizi non saranno all’altezza, ci possono e devono mandare a casa. Questo è un punto chiaro, di un patto chiaro che dobbiamo fare con il Paese. Questo Pese non può permettersi una sanità di livello europeo, avendo un’evasione fiscale oltre i 100 miliardi di euro e non può permettersi servizi di livello europeo, avendo una corruzione che brucia 60 miliardi di euro all’anno. Sono punti su cui siamo al suo fianco, presidente Monti.

Non abbiamo mai incitato alla rivolta fiscale, abbiamo sempre messo la faccia sulla responsabilità della gestione finanziaria.

Ci sono delle partite aperte, però. Sull’Imu, stiamo ancora aspettando che ci venga riconosciuta la parte che riguarda gli immobili di proprietà comunale. Aspettiamo che ci vengano tolti i tagli fatti sulla base del gettito stimato. Ancora in questi giorni le stime dell’Imu hanno provocato grandi preoccupazioni: molti sindaci si sono visti comunicare degli introiti che non hanno. Chiediamo semplicemente un principio di realtà: e questo vale oltre 500 milioni di euro. E’ un impegno che ci possiamo prendere vicendevolmente, c’è un dialogo costruttivo con il ministero dell’Economia su questo.

C’è difficoltà a reperire risorse, lo sappiamo. Ma crediamo che questo tema dell’Imu ai Comuni possa trovare spazio nella legge di stabilità e una sua regolazione.

 La nostra proposta è semplicissima: vogliamo uscire dalla finanza derivata, vogliamo uscire dai trasferimenti monetari e vogliamo autonomia finanziaria. L’Imu tutta ai Comuni.
Troveremo poi il modo di distribuire le risorse in un fondo con finalità perequative, per determinare i fabbisogni standard, troveremo il modo insieme al governo per misurare le diverse capacità fiscali. Il percorso però per noi è molto chiaro ed è questo.

Ovviamente, l’Imu è collegata a tutto il tema del Patto di stabilità e al peso delle manovre.
Quest’ultimo non è equamente ripartito tra i comparti, in percentuale e in relazione al peso di ciascun comparto sui saldi di finanza pubblica.

 

EVITARE IL NUOVO TAGLIO DI 2 MILIARDI NEL 2013
Il contributo che i Comuni hanno dato dal 2007 al 2013, in termini di manovra cumulata, sfiora i 15 miliardi di euro. Questo contributo è dovuto, oltre che ai tagli, al fatto che abbiamo dovuto ridurre gli investimenti produttivi, quelli in conto capitale: c’è stato un crollo degli investimenti valutato del 15% dalla Corte dei conti. Abbiamo pagato un prezzo altissimo al risanamento della finanza pubblica. Non abbiamo mai ignorato la gravità e la complessità della fase che ha attraversato il Paese in questo contesto europeo e mondiale. La coerenza e il senso di responsabilità della stragrande maggioranza dei Comuni, che quasi tutti osservano il Patto di stabilità, ha determinato un contributo attivo e un impatto dei Comuni sulle manovre finanziarie, sostanzialmente portando il comparto in avanzo.

Però oggi chiediamo di rivedere il taglio già previsto di 2 miliardi di euro per il 2013, chiediamo di ripercorrere il taglio già previsto dalla spending review seguendo strade diverse: chiediamo che venga conteggiato a riduzione del debito, comunque in modo differente.

Abbiamo bisogno di revisionare la spesa, di ridurla, ma sulla base dei criteri che il commissario Bondi ha già accettato per il 2012, cioè sui costi e fabbisogni standard, e sulla spesa per acquisti di beni e servizi che vale circa 6 miliardi. Quelli sono i criteri giusti, per non fare di tutta l’erba un fascio e per differenziare chi amministra bene da chi amministra male. Noi dobbiamo rivedere la nostra spesa, recuperare risorse, ma anche fare in modo che quanto abbiamo ottenuto per il 2012, cioè che il taglio di 500 milioni si trasformi da taglio di trasferimenti in obiettivi di riduzione di debito, valga anche per il 2013. Vogliamo una spending review basata su tagli intelligenti: questa è la strada per liberare risorse.

 

IL PESO DEI TAGLI LINEARI

Non vogliamo più e non possiamo più accettare tagli lineari. La corda si è spezzata.

Sui trasferimenti erariali, nel 2009 avevamo quasi 17 miliardi di euro. Nel 2013 andremo a 7 miliardi di euro. Non c’è più spazio per i tagli lineari: chi ha amministrato bene, non ha più spazi; chi ha amministrato male in qualche modo è riuscito ad arrangiarsi.

Abbiamo bisogno di cambiare strada. Proprio con la piena consapevolezza di aver dato il miglior contributo come comparto, chiediamo di migliorare la condizione finanziaria dei Comuni e di superare questi vincoli. Chiediamo che venga rinnovato un patto tra Comuni e governo: i Comuni non ce la fanno più. Non riusciamo più a metterci la faccia, perché rischiamo di dover dire ai cittadini che, in base ai tagli lineari, dovremo tagliare dei servizi. Sarà difficile a quel punto metterci la nostra faccia. Chiederemo ai governi di venire ai mettere la loro.

Peraltro, non vogliamo fare i conti in casa d’altri, però non sappiamo molto delle misure di riduzione della spesa pubblica in altri settori. Nell’ultima relazione al rendiconto dello Stato della Corte dei conti, la stessa Corte dice che la spesa statale nel 2011 per consumi intermedi, che doveva essere ridotta per legge del 6%, in realtà si è ridotta del 2%; e che gli impegni della spesa centrale registrano un incremento fino al 12% rispetto al 2010. Nella stessa relazione si dice che le spese per il Personale nei Comuni sono calate nel 2010 di due punti percentuali e mezzo, mentre sono rimaste stabili nell’amministrazione dello Stato. Chiediamo che i conti vengano guardati bene.

CRESCITA, PATTO DI STABILITà E GOLDEN RULE – Dunque, autonomia normativa, autonomia finanziaria con Imu e superamento dei tagli lineari, e anche autonomia per promuovere la crescita. E questa assemblea è dedicata alla crescita e alla cura delle persone. Sono cose che si tengono insieme. Nel decreto Salva Italia, il governo all’inizio si è impegnato, e il Parlamento ha approvato 200 ordini del giorno ed oltre 40 risoluzioni, per il cambiamento del Patto di stabilità. Come Anci, lo abbiamo chiesto molte volte. E’ questione ineludibile. Devo dare atto al presidente Monti di lavorare per ottenere dall’Europa una possibilità di derogare sugli investimenti, di poter avere la golden rule, cioè la regola che mette gli investimenti fuori dal Patto. Il Patto in questa maniera non riesce a superare il principio di rigidità e uniformità delle regole per tutti i Comuni. Serve permetterci di stimolare la crescita.

Chiediamo un nuovo Patto, che per la parte corrente sia sul principio dell’equilibrio, del pareggio di bilancio; e che ci ponga obiettivi di riduzione di debito, visto che il problema è la riduzione del debito. Sono regole che valgono per i Comuni francesi, tedeschi, per quelli di altri Paesi europei. Non chiediamo niente di straordinario. D’altra parte, una maggiore flessibilizzazione e differenziazione del Patto ha ottenuto qualche successo anche qui in una collaborazione costruttiva. Con il Patto verticale con le Regioni, siamo riusciti ad alleggerire in un qualche modo il peso: quasi un miliardo di euro di alleggerimento della manovra. Ciò dimostra che vi sono spazi che vanno esplorati.

C’è però il problema del 2013: i Comuni sopra i 1.000 abitanti dovrebbero essere assoggettati alle regole del Patto. E’ ovvio che dobbiamo revisionare le regole attuali, ma è anche ovvio che dobbiamo revisionare e premiare tutti quei Comuni, che saranno impegnati in una grande azione di nuova gestione associata. Vanno aiutati questi Comuni, bisogna che riusciamo ad esentarli dalle regole del Patto. È importante che la loro fatica di riforma venga accompagnata.

 Così come è indispensabile ci si renda conto che lo sblocco del Patto di stabilità per le sole città metropolitane può attivare pagamenti per diversi miliardi di euro: oltre 2 miliardi e mezzo, che potrebbero diventare oltre 4 se venissero toccate anche le giacenze di cassa, che oggi sono oltre i 10 miliardi di euro.

Questi soldi sono oro per le imprese, per le famiglie, per il lavoro, in un momento di stretta creditizia, in un momento in cui gli imprenditori da una parte non riescono a farsi pagare e dall’altra non riescono a farsi accompagnare dal sistema creditizio. E qualcuno ci spiegherà dove sono andati a finire tutti i soldi arrivati dalla Banca centrale europea con tassi d’interesse allo zero, dato che a noi gli imprenditori dicono che non gli hanno mai visti.

Questa possibilità di attivare pagamenti, che solo sulle città metropolitane possono valere una crescita di 0,3 punti di Pil, ci dice che possiamo fare di più e meglio per la crescita.

 Tra un mese comincerà a piovere e saremo qui a piangere per le mancate opere di prevenzione del dissesto idrogeologico, che ogni anno costa in riparazione due miliardi allo Stato, altro punto su cui il Patto di stabilità va revisionato, perché è meglio prevenire che riparare.

  

LA CRISI E LE COMUNITA’ – Abbiamo visto in anni passati qualche decina di decreti per la crescita. Ma come i fatti dimostrano, il Paese non è uscito dalla crisi di crescita in cui versa da tempo. Il gettito Iva sta diminuendo, la spesa delle famiglie altrettanto, i posti di lavoro persi sfiorano il milione con centinaia di controversie aziendali; è cresciuto il disagio sociale; si allarga la linea d’ombra in cu si muovono migliaia di persone che convivono con la paura del presente e del futuro.
Noi sindaci siamo al confine di quella linea d’ombra: veniamo fermati tutti i giorni dalle persone che perdono il lavoro, o che sono arrabbiate perché non trovano credito, o dalle mamme che non riescono a pagare la retta dei servizi sociali. C’è un 18% della popolazione che è molto povero o sopravvive con grandi difficoltà.

Dobbiamo dire con dispiacere che lo Stato si è ritirato dai Fondi sociali.  Con l’azzeramento del Fondo per le politiche sociali e del Fondo  per la non autosufficienza, lo Stato ha celebrato il funerale delle politiche sociali.

 Cito il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda. Cagliari è attraversata ormai quotidianamente da cortei di lavoratori: fatti che non sono assunti in maniera adeguata dalla politica. Non c’è preoccupazione pari all’entità del fenomeno. Sono situazioni sociali esplosive, espongono le comunità a una pressione esplosiva, i sindaci sono molto preoccupati.

 

UNA VIA D’USCITA – Cosa facciamo per la crescita? Non ci sono misure centralistiche  miracolose, non è che fatta la norma si avvera il miracolo. Noi, da anni inascoltati, indichiamo una strada semplice che consentirebbe certamente non di risolvere, ma di attenuare gli effetti di questa crisi: consentire alle città di fare, di poter attrarre investimenti, di realizzare e portare a compimento le opere e gli interventi che possono fare con le loro risorse e che hanno un immediato impatto positivo sull’economia locale.

 Il Piano città, che è stato varato, va nella direzione giusta. Noi ci siamo, abbiamo più di 500 progetti, segno di una grande proposta da parte dei territori. Le risorse però sono assolutamente scarse, a malapena 200 milioni in 4-5-anni, per il 2012 avremo 10 milioni a disposizione.

 Ma intanto usiamo i soldi che abbiamo, lasciamo le città libere di poter produrre le opere medio-piccole. La Germania ha stanziato prestiti pari a circa 4 miliardi di euro ai Comuni. Noi non ci aspettiamo questo, ma di poter finanziare opere già progettate, cantierabili immediatamente o cantierate ma ferme per i vincoli del Patto. Questo ci aiuterebbe a migliorare i dati negativi del Pil, sosterrebbe la domanda interna e ridurrebbe la perdita dei posti di lavoro. A noi pare una ricetta semplice, siamo disponibili a fare questo insieme sotto controlli anche quotidiani, per evitare sprechi e contaminazioni. Ma facciamolo, liberiamo risorse, investiamo sul futuro delle nostre città, sul futuro dell’Italia.

 Liberiamo risorse sulla mobilità sostenibile, sulla diffusione delle tante esperienze di successo e diffondendo pratiche di buona amministrazione.

 Ho fatto un incontro, l’altra sera, nella  mia città, con operatori del mondo della scuola, su come finanziare le scuole comunali. Ho chiesto loro: cosa facciamo per uscire dalla crisi. Uno di loro mi ha detto: bisogna avere una visone, un obiettivo chiaro e chiamare tutti a raccolta per quell’obiettivo, con fiducia e ottimismo. Noi abbiamo questa fiducia e questo ottimismo.

 

FINANZIAMENTI UE – C’è  poi un’altra questione che non può più essere elusa: usiamo poco e male i fondi europei. Una questione che assume aspetti parossistici, in alcuni casi. Ci sono interventi a pioggia, c’è un clientelismo regionale: vanno archiviati, basta micro interventi, diamo anche noi un contributo progettuale e di proposte all’altezza delle sfide di sviluppo che i nostri territori hanno. Se anche i Comuni hanno responsabilità siamo pronti ad assumerle. Ma è importante agire subito. Liberando intanto dai vincoli del Patto quelle opere cofinanziate dai Comuni. E poi un coordinamento nazionale più forte e rigoroso, tempi certi anche immaginando una velocizzazione delle procedure: termini certi per la conclusione delle conferenze dei servizi, migliorare i meccanismi di valutazione di impatto ambientale, stabilire che i capitolati d’appalto disciplinino con precisione l’espletamento delle diverse fasi procedurali, per evitare anche contenziosi. Non si possono più sprecare le risorse e le grandi opportunità che l’Europa ci offre.

  

IL MEZZOGIORNO – C’è un senso di solitudine che ho avvertito nel mio recente viaggio nei comuni della Calabria. Tanti sindaci in quei territori son esposti a minacce, condizionamenti. Nel nostro Paese è urgente un riscatto morale, ma è necessario anche il coraggio della denuncia. Quindi io continuo a chiedere al presidente Monti, come ho fatto con il ministro Cancellieri, un impegno a stare al fianco di quei sindaci, donne e uomini, che tanto hanno fatto dell’impegno pubblico, hanno rinunciato a carriere e vivono sotto scorta.

 Essi hanno progetti e idee. Quello che non ci possiamo permettere è che fallisca il loro progetto amministrativo, che la ‘ndrangheta o comunque la malavita organizzata possa dire: hanno fatto i testimonial della legalità, ma non hanno costruito futuro per le comunità. Loro devono avere successo. Se hanno successo, i cittadini acquisteranno fiducia nelle istituzioni. E noi dobbiamo stare dalla parte di questi sindaci, essere capaci di aiutarli a costruire un futuro migliore per le loro comunità. Perché la legalità si costruisce giorno dopo giorno, ma anche con il successo delle Amministrazioni che fanno della legalità il loro must , il loro mantra fondamentale.

 E non è un caso che le principali protagoniste siano sindaci donne. Poniamo un’altra questione, cruciale per il futuro del Paese: l’Italia ce la farà, se anche noi uomini faremo un passo indietro e faremo avanzare le donne, la loro sensibilità, intelligenza, il loro spirito di sacrificio. Le donne sono capaci davvero di approntare politiche pubbliche tutte nuove. Ignorarle è un altro dei grandi sprechi che il Paese non può più permettersi.

 

LA LEZIONE DI KEYNES E IL FUTURO DEL PAESE

Il presidente del Consiglio ha detto di recente che le città sono il cuore pulsante dei sistemi socio-politici sviluppati. Dobbiamo quindi trovare il modo di fermare questa deriva, questa umiliazione dei Comuni, perché altrimenti il cuore del Paese si fermerà.

 Noi non ci vogliamo rassegnare. Pensiamo di essere quelli che rappresentano una parte della buona politica.

John Keynes, in una sua conferenza a Manchester, dopo un violento sciopero generale che avvenne a Cambridge, fece questa riflessione, molto attuale: il problema della politica, dell’umanità, consiste nel mettere insieme tre elementi: l’efficienza economica, la giustizia sociale, la libertà individuale. All’efficienza economica sono necessari senso critico e conoscenza tecnica; alla giustizia sociale è necessario lo spirito altruistico, l’entusiasmo e l’amore per l’uomo comune; alla libertà individuale è necessario l’apprezzamento della varietà, dell’indipendenza, il dare una chance all’elemento eccezionale e ambizioso.

 Credo che noi siamo quelli lì, quelli che provano a dare una speranza ai sogni dei giovani talentuosi, degli imprenditori che non ci mollano, che affrontano la crisi non licenziando i lavoratori ma dicendo insieme ‘coraggio, innoviamo, facciamo qualcosa’; siamo quelli che perseguono rigore e competenza nelle nostre Amministrazioni; e credo che siamo quelli che hanno amore per l’uomo comune.

 E’ per questo che mi sento di dire oggi, a un anno dalla mia elezione alla presidenza dell’Anci, che sono orgoglioso di essere il vostro presidente”.

1 contributo a “La corda si è spezzata. Relazione all’Anci”


  1. 1 daniele marchi

    grazie

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