Chi paga le tasse, vive della nostra cultura e condivide le regole della comunità, deve avere pieni diritti ed eguale dignità

C’è un non detto, che ho notato in alcuni interventi dei consiglieri: sfugge cioè il fatto che le due proposte di legge della campagna L’Italia Sono Ach’Io vengono dal basso. Non sono frutto del Partito democratico o del sindaco di Reggio Emilia, ma di una vastissima rete di associazioni, rappresentate anche oggi qui fra i pubblico: dal centro Astalli dei Gesuiti all’Arci, dalle Acli a numerose altre associazioni di volontariato, ai sindacati. E vorrei sottolineare che fra i sindacati impegnati c’è anche l’Ugl, accanto a Cgil, Cisl e Uil. A dimostrazione che l’approccio e l’impostazione che si sono voluti dare a questo ordine del giorno non sono quelli di un’operazione di tipo politico, ma di un’operazione di avanzamento della civiltà, della nostra civiltà, quella che amiamo, quella delle nostre città e della nostra comunità nazionale.

 

LA CITTADINANZA COME RICONOSCIMENTO, NON CONCESSIONE

Non vi è dubbio che questa Campagna e queste proposte di legge propongono e ribadiscono che la cittadinanza è un valore: non si sminuisce per niente il valore della cittadinanza in questa proposta, anzi. Vogliamo forse dire che i Paesi del mondo, che hanno scelto strade diverse da quella percorsa fino ad ora dall’Italia, sminuiscano il valore della cittadinanza? La cittadinanza non è forse un valore in Francia, Germania, Gran Bretagna, Stai Uniti, solo perché in quei Paesi ha ritmi più giusti e più rapidi? Non è così. La cittadinanza è un valore importantissimo perché permette alla persona di identificarsi con la sua comunità (ius soli) e non di identificarsi su un fatto di sangue (ius sanguinis). Proprio perché ce l’hanno consegnato i nostri padri, la cittadinanza è un valore. I nostri padri ci hanno consegnato soprattutto il tema della Costituzione, dei valori costituzionali, come senso di appartenenza a una comunità. Esiste un’appartenenza alla comunità che non è data dalla genetica o dal sangue, ma dalla condivisione di valori. Questo è esattamente il tema, che tutti i Paesi moderni acquisiscono e assumono come il tema fondamentale: il rispetto delle regole che governano la comunità civile. Perciò io divento cittadino italiano quando assumo il rispetto di quelle regole e giuro sulla mia Costituzione. Di questo stiamo parlando”.

 

LA STORIA SI RIPETE – Non stiamo parlando di una concessione. Lo stesso dibattito sulla cittadinanza, che ha un valore talmente alto da non poter essere concessa a tutti, fu fatto quando i ricchi non volevano concedere la cittadinanza ai poveri all’inizio del Novecento e successivamente quando gli uomini non volevano concedere il diritto di voto alle donne nell’immediato Dopoguerra. Erano gli stessi argomenti, allora come oggi. Ma il problema è appunto un altro: con queste proposte non diciamo che è poco il valore della cittadinanza, noi diciamo invece esattamente il contrario, diciamo che è estremamente alto. Al punto che, proprio perché oggi in Italia siamo in questa condizione di così grande difficoltà su questi temi legati alle migrazioni, è proprio la cittadinanza una delle soluzioni.

Se il quadro infatti è così fosco come è stato dipinto poco fa in quest’aula, chiediamoci che cosa ha creato quel quadro: le regole che noi ora proponiamo, o le regole che abbiamo avuto sino ad oggi? Se il quadro è così complicato, se quelle regole in vigore non sono servite a risolvere i problemi, il problema è delle nuove leggi proposte o è delle leggi esistenti, che vanno aggiornate? Non dico di concepire le leggi in materia come fa la California che, a partire dai conservatori, fa della diversità un must, un valore in assoluto. Faccio però un ragionamento logico, e ribadisco: questa situazione italiana da cosa è stata creata e perché? Rispondo che il problema di cambiare le leggi attuali c’è e di rendere la cittadinanza una questione di maggior significato, che non sia la cittadinanza semplicemente di sangue.

 

VOTO, TASSE, DIRITTI E DOVERI – C’è una relazione molto stretta – ha argomentato il sindaco di Reggio – tra la proposta di legge sulla cittadinanza e quella sul diritto di voto, che non è quella di andare a intercettare nuovi voti che tra l’altro secondo i sondaggi non sarebbero per il centro sinistra. Esiste piuttosto un aspetto molto serio: il diritto di voto è sempre stato legato strettamente, anche nelle società liberali, al tema della partecipazione alla vita economica del Paese in cui si lavora. La Rivoluzione americana ha origine anche dal principio: no taxation withour representation, nessuna tassazione senza rappresentanza. La società liberale, a cui il centrodestra si richiama per certi aspetti più del centrosinistra, ha un legame strettissimo con il tema di chi paga le tasse. Quindi, quando si ricorda che ci sono 11 miliardi di euro di contributi Inps che vengono versati (da lavoratori di origine non italiana, ndr), quando si ricorda che si pagano le tasse, si dice che una persona che fa questo, esattamente come sostenevano i rivoluzionari americani alla fine del Settecento, quando una persona fa questo allora ha diritto di eleggere i rappresentanti della sua comunità. Ne ha diritto in tutte le società evolute. Questo viene riconosciuto dalla fine del Settecento come un valore imprescindibile.

Non permettere a questi cittadini, che sono contribuenti, di partecipare con il loro voto alla vita politica, di sentirsi a casa loro, perché questa è la loro casa come la nostra, significa non aiutare la crescita della nostra comunità, significa non farli sentire sufficientemente partecipi e protagonisti. E’ chiaro infatti che parliamo di diritti e di doveri: quindi partecipi e protagonisti.

 

LA CONVENZIONE DI STRASBURGO E LA PROPOSTA ANCI – Credo sia noto a tutti che esiste una Convenzione di Strasburgo sulla cittadinanza dal 1992, a cui ha aderito la gran parte degli Stati europei, ma che l’Italia non ha ancora recepito. Questa convenzione dice esattamente quello che è scritto in queste proposte di legge, proposte che l’Associazione dei Comuni italiani (Anci) fece cinque anni fa, con l’adesione della totalità dei sindaci italiani e che riguarda il favorire la partecipazione alla vita amministrativa dei cittadini di origine non italiana: un arricchimento importante per tutti.

Quindi il tema del diritto al voto non è un tema di calcolo elettorale, ma di recepimento di una idea e di una filosofia insita nello Stato liberale fin dalla fine Settecento ed è stata poi recepita dall’Europa come elemento di grande civiltà e qualità sociale: legare la tassazione alla rappresentanza. Il tema della cittadinanza, inoltre, è soprattutto un tema di giustizia ed equità.

 

FRATELLANZA E CONSAPEVOLEZZA, NON BUONISMO – Queste proposte di legge non nascono dai professionisti del ‘buonismo’. Anche se non ci si deve vergognare di fare cose buone, di avere uno sguardo amichevole verso gli altri. Queste proposte di legge non nascono dai professionisti dell’emarginazione. Dico però: meno male, che abbiamo questi professionisti, perché se non avessimo la Caritas, i volontari delle mense e dei poveri, i centri sociali dell’Arci e delle Acli, credo che avremmo ben più problemi. Non mi pare infatti che l’emarginazione sia una cosa che si cancelli con un colpo di spugna o uno slogan, l’emarginazione fa parte della nostra società e con quella bisogna fare i conti. E coloro che ci aiutano a fare i conti e a tenere gli occhi aperti sono persone che dobbiamo rispettare e a cui dobbiamo guardare con grande considerazione e attenzione. Ebbene, queste associazioni ci hanno portato a questa attenzione sulla cittadinanza non perché avevano voglia di mettere in evidenza per l’ennesima volta il tema dell’immigrazione con un atteggiamento buonistico, ma perché hanno ascoltato le storie di tante ragazze e ragazzi, hanno visto i loro volti.

 

LA LEGGE BOSSI-FINI E LA VITA DEI MIGRANTI – Non è un caso che il presidente della Camera Fini sia uno dei fautori di questo progresso: quello che ha rappresentato, per il centrodestra, un passo in avanti, cioè la legge Bossi-Fini, oggi quella legge da uno dei suoi estensori è considerata arretrata. Non è un caso che il presidente Fini sia su un’altra frontiera, lui per primo. E queste sue argomentazioni depongono semmai esattamente a favore della direzione che noi proponiamo. Credo che i consiglieri comunali, votando oggi questo ordine del giorno, abbiano presenti le storie di tante ragazze e ragazzi, che studiano Dante e le Dolomiti, studiano la nostra lingua e parlano perfettamente la nostra lingua e potrebbero insegnare l’italiano a tanti nostri padani. A queste storie siamo debitori, esattamente come i nostri padri che hanno costruito la Costituzione e sono stati mossi dalla consapevolezza che i principi di uguaglianza e i diritti sono per tutti, non vengono concessi. Il diritto alla salute, ad esempio, non è concesso per benevolenza: è un diritto che ciascun uomo porta con sé; il diritto a partecipare alla vita della propria comunità, nel momento in cui ci si riconosce parte di quella comunità, è un diritto che dovrebbe essere automatico. Questo ci hanno consegnato i nostri padri: vi sono diritti che non vengono concessi, ma riconosciuti, cioè che la persona porta con sé. Approvando questo ordine del giorno, noi come tante altre città italiane, e aiutando questa Campagna, facciamo quello che fecero alla fine del Settecento quei rivoluzionari che dicevano: nessuna tassazione senza rappresentanza, nessuna uguaglianza senza il diritto di sentirsi parte della propria comunità. Non è un’operazione di parte, ma un’operazione che aiuta il nostro Paese e la nostra civiltà.

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