La trincea dei sindaci

Cercasi disperatamente strategie per governare i territori contro la macelleria sociale e culturale prodotta dalla destra. Lo sta facendo chi è in prima linea, a combattere una battaglia che non è fatta solo di cifre e numeri ma anche di idee e visioni della società. Sono i sindaci, esposti ormai da tempo alla mannaia del Governo. Questo è il momento delle scelte e dell’innovazione. Alcuni di loro, come Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli e Zedda a Cagliari, si sono già distinti per i loro programmi e i primi interventi concreti. Veri e propri laboratori di carattere politico-amministrativo stanno sorgendo in Italia. E c’è anche chi prova a teorizzare una gestione della res publica partendo da “modelli” come quello emiliano che in passato ha portato ottimi frutti e che può essere “rimodulato” alla luce dei cambiamenti. «Si può pensare al futuro della propria città mentre la si governa in un’epoca di crisi», scrive Graziano Delrio nel saggio “Città delle persone” (Donzelli editore).

Come vive l’amministratore locale la crisi attuale?

«I sindaci sono davanti, da un lato al crollo delle borse, dall’altro ai tagli sugli enti locali e allo stesso tempo ricevono delle spinte dalla crisi delle famiglie e delle comunità. Ma proprio per questo non possiamo rassegnarci ed avere un approccio di tipo estemporaneo. Dobbiamo pensare, come fa qualsiasi bravo imprenditore, a puntare su degli asset che ci permettano di resistere e di rinnovare la nostra offerta amministrativa». Il sindaco diventa così una sorta di regista che coordina tutti quegli attori sociali di cui si compone la società: imprese, volontariato, associazioni. Ecco la nuova immagine dell’amministratore pubblico.

Una comunità deve puntare su alcuni valori fondamentali e deve scegliere la propria mission. Una comunità che mira alla difesa della propria identità come identità chiusa, non sarà mai aperta allo scambio di idee, all’ospitalità, alla cittadinanza per i giovani immigrati. Le politiche dipendono sempre dalla visione che uno ha della propria comunità. E la prima questione è che ci vuole una visione forte. Amministrare oggi in una situazione come questa di mancanza di risorse vuole dire puntare molto sulla forza di tutte le componenti della comunità.

L’amministratore non è soltanto uno che deve erogare buoni servizi ma è anche quello che sa valorizzare, sa far crescere le risorse che ha a disposizione. Questo significa orientare e valorizzare le capacità imprenditoriali d’avanguardia e i giovani. La governance è quella delle linee di crescita dettate dalla Commissione europea per il programma “Europa 2020. Una crescita intelligente, sostenibile, inclusiva”.  La disuguaglianza è una delle principali cause di insuccesso di una comunità. Quando ci sono alti tassi di sviluppo collegati però ad alti tassi di disuguaglianza, lo sviluppo non tiene. L’Italia infatti ha conosciuto il suo momento più felice negli anni 60 quando c’era un ascensore sociale molto disponibile. Oggi questo problema è stato un po’ derubricato ma è su questo che gli amministratori devono riflettere. Perché l’erogazione dei servizi non è solo una risposta ad una domanda,  è anche un elemento per ridurre le disuguaglianze.

Le privatizzazioni dei servizi che si stanno facendo, in quest’ottica sono un bene o  un male?

«Bisogna concentrarsi sull’effetto finale della privatizzazione. Perché se certamente non si può demonizzare la collaborazione pubblico-privato, al tempo stesso ci deve essere una formula non di delega ma di governance. E poi bisogna valutare bene cosa significa vendere pezzi delle aziende pubbliche. Se ciò accade, il fine deve essere reinvestire in ricerca, innovazione, scuola. Ma se vendiamo per costruire nuove strade, magari dove non c’è bisogno oppure realizzare cose che danno un effetto immediato ma che poi alla fine non rendono alla comunità a medio e lungo termine, ecco, allora bisogna pensarci.
Quindi l’ente pubblico deve mantenere forti strumenti di controllo su alcuni servizi essenziali e nel caso di delega della gestione è fondamentale che vi sia un’attenta valutazione prima che si provochino danni irreparabili. Uno dei terreni disastrati è quello del welfare.

I Comuni si sfileranno sempre di più dagli impegni assunti in passato?

No, l’ente pubblico deve fare la regia all’interno di un sistema in cui c’è una responsabilità diffusa di tutti gli attori. Bisogna che il welfare sia nell’agenda delle imprese. Un esempio: una madre necessita di ore di doposcuola per il figlio, lei lavora e non può aiutarlo. Se l’impresa in cui lavora la donna nella contrattazione mi aiuta come Comune a mettere in piedi delle ore come doposcuola, sotto la regìa pubblica, sotto un sistema più garantito, cioè quella del pubblico, in questo modo si fa carico del benessere della società in cui vive. Un circuito di welfare completamente nuovo per rispondere alla crisi.

Intervista a left, 11 novembre 2011, di Donatella Coccoli

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