Discorso all’assemblea Anci

delrio presidente anciCari amici, buonasera. Dobbiamo solo chiedere scusa, stasera. Vi chiediamo scusa e vi chiediamo anche di considerare che questa discussione non è stata fatta per cause particolari, ma per cercare la soluzione migliore per il bene dell’Associazione.

Ringrazio molto il sindaco Emiliano, con cui ci siamo confrontati democraticamente in questa occasione, con amicizia, di essere il primo firmatario della mozione che mi propone Presidente.

Desidero davvero chiedere scusa ancora una volta ai delegati che hanno atteso in questa sala, però credo che oggi abbiamo il dovere di girare pagina pensando alle sfide che ci attendono e, in primo luogo, a quelle espresse dal titolo La Repubblica dei Comuni. Autonomia per cambiare il Paese.

Oggi in questa sala siamo coscienti che esistono problemi enormi al nord e al sud, che abbiamo un sud, come registrato dallo studio SVIMEZ, abbandonato alla disoccupazione, comuni abbandonati perché non riescono a spendere i soldi degli obiettivi, soldi europei, ma abbiamo anche un nord che non riesce a fare investimenti, a promuovere l’economia, a sostenere le famiglie.

La ricetta che proponiamo è quella di farci carico di tutto il Paese. Io vengo dalla città del tricolore, la città dove è nata la bandiera, e quella dei colori, la differenza delle verdi valli della Pianura Padana, della neve rappresentata dal bianco, del rosso, non è una differenza che divide, ma una differenza che unisce.

L’ANCI è sempre stata una casa di unità e noi dobbiamo continuare a tenerlo un luogo in cui tutti si sentono a casa propria.

Devono sentircisi in primo luogo – lo dico proprio qui a Brindisi, in questa bellissima terra pugliese – proprio gli amici del sud, che non devono assolutamente leggere la mia come un’elezione contro qualcosa. Noi non ci siamo candidati contro qualcosa o qualcuno, non ci proponiamo contro qualcosa. Non è lo stile dell’ANCI. Noi ci proponiamo per costruire soluzioni, per offrire proposte al Paese, una via d’uscita alle nostre comunità perché siamo responsabili di tutte e voglio dire qui che lo siamo al di là di ogni colore politico. I sindaci non ragionano sulla base del colore politico dei loro cittadini, ma dei bisogni dei loro cittadini.

In questo momento abbiamo bisogno di un’ANCI forte. In questi sette mesi abbiamo affrontato, assieme a Osvaldo Napoli, che ringrazio e che questa sera non può essere con noi, insieme a Gianni Alemanno e a tutti i membri dell’Ufficio di Presidenza, una stagione difficilissima. Abbiamo imparato dai giornali i provvedimenti finanziari che ci riguardavano, la ristrutturazione delle nostre comunità, l’accorpamento dei piccoli comuni, in un giorno breve quali erano i tagli richiesti col Patto di stabilità, i nuovi sacrifici aggiuntivi.

Non abbiamo avuto modo di discutere col Governo, di essere trattati alla pari. Quello che nasce qui a Brindisi è lo slogan dell’autonomia perché l’articolo 114 della Costituzione recita che la Repubblica è formata dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province, dai Comuni, e quindi noi siamo a pari dignità con lo Stato.

Noi siamo pronti a far vedere i nostri conti, i nostri servizi, ad assolvere ai nostri doveri sui fabbisogni standard, alla riforma della pubblica amministrazione perché una pubblica amministrazione efficiente è un servizio ai nostri cittadini. Siamo pronti a tutto, ma chiediamo di essere convocati nei tavoli ufficiali dove queste cose possono essere discusse prima di essere deliberate.

Non pretendiamo di essere la chiave per le soluzioni, ma sappiamo di essere una delle soluzioni possibili. Sappiamo, per esempio, che siamo disponibili a piani straordinari di investimenti sui nostri territori, piani che non ci lasciano portare realizzare.

Per questo uno dei primi obiettivi dell’ANCI, ancora una volta, è quello di mettere a punto in questo Congresso – ci sarà da lavorare per tutti e dovremo lavorare insieme – un programma di investimenti, come revisionare il Patto di stabilità. Questo è un problema drammatico.

Abbiamo detto più volte al Governo che i dati dell’ISTAT non sono discutibili. Negli ultimi due anni gli investimenti degli Enti locali sono calati di oltre il 30 per cento, quindi il Patto di stabilità non è riuscito a fermare la spesa corrente, che invece ha continuato ad aumentare in questi anni, ma è riuscito a bloccare il Paese, cioè gli investimenti produttivi, che servono a creare lavoro, che servono a creare potere d’acquisto alle famiglie, che servono a infrastrutturare le nostre comunità mettendo in regola le scuole, costruendo strade, costruendo servizi.

Noi chiediamo e dovremo lavorare per uscire da questa Assemblea con un documento, che sia una proposta e una piattaforma vera per il Governo, una piattaforma che finalmente vogliamo essere chiamati a discutere in un tavolo intergovernativo, come abbiamo chiesto insieme a Gianni Alemanno, a Osvaldo Napoli e agli altri in queste settimane.

Ci hanno concesso – questa è una vittoria dell’associazione – di istituire una Commissione, che dovrà discutere anche del Patto di stabilità entro novanta giorni e che potrà rivedere le regole di quel Patto, che – badate bene – non è un patto europeo: non è vero che gli altri Comuni europei sono sottoposti ai nostri vincoli, non è vero!

Se vogliamo parlare di Europa, se vogliamo stare in Europa, ci stiamo con le regole dell’Europa, ci stiamo cioè con la facoltà dei Comuni di poter fare investimenti come in tutti i Comuni europei, ma su questo dovremo lavorare sodo insieme, perché la nostra forza non è nella rivendicazione della nostra autonomia.

Non possiamo rivendicare: in questa stagione abbiamo il dovere della proposta, abbiamo il dovere di una proposta seria e abbiamo gli strumenti per farlo, perché la struttura dell’ANCI, la fondazione per la finanza locale ci taglia tutto quello che è la struttura insieme l’organizzazione dell’ ANCI ci consente di avere, di competere e di discutere alla pari con i Ministeri.

Abbiamo bisogno non di protestare, di far capire ai cittadini che siamo impegnati non solo a protestare, ma davvero a proporre, perché a noi questo Paese piace, questo Paese ci commuove perché le persone che incontriamo per strada e ci chiedono un lavoro ci interrogano. Noi non riusciamo a girare la faccia dall’altra parte, noi non ci riusciamo, noi abbiamo bisogno di incontrare questi sguardi, queste persone, e abbiamo bisogno di essere messi in grado di rispondere a quelle domande, abbiamo bisogno di essere messi in grado di fare il nostro mestiere.

Lasciatemi dire che in questi anni noi il nostro mestiere abbiamo provato modestamente a farlo, e in questo non c’è nessuna polemica. I dati della Commissione bilancio della Camera dicono che negli ultimi anni la spesa centrale è cresciuta di oltre 40 miliardi, mentre la spesa dei Comuni è stata ridotta fino a dare un saldo positivo di oltre 3 miliardi.

Come dico sempre, quindi, quando l’acqua scende dalle scale il problema non si risolve rompendo i tubi al primo piano dove abitiamo noi, perché, se l’acqua scende dalle scale al terzo piano, bisognerà andare a cercare la perdita là, non da noi.

Noi non rivendichiamo un’impunità a essere giudicati, non rivendichiamo la segretezza dei nostri bilanci: noi rivendichiamo il fatto che vogliamo essere giudicati, ma che vogliamo anche essere riconosciuti per il lavoro che abbiamo fatto, e oggi questo lavoro non è riconosciuto.

Noi abbiamo dato un contributo positivo al bilancio dello Stato, non negativo. Allora il Patto di stabilità è un primo argomento, ma noi abbiamo anche un altro argomento di cui discutere in queste ore e in questi giorni: quello del riordino istituzionale.

Abbiamo assistito a troppe proposte, tutte sconclusionate, abbiamo partecipato ai tavoli che riguardavano la Carta delle autonomie al Senato con grande responsabilità, abbiamo seguito il Presidente della Repubblica nel convegno fatto al Senato, abbiamo dato il nostro contributo.

Poi sono arrivati altri provvedimenti spot, che hanno cambiato il quadro: non si capisce quale sia il quadro organico di questo riordino. Per questo in questi mesi abbiamo anche chiesto e ottenuto questa Commissione per il riordino istituzionale.

Vogliamo che lì si ascoltino le ragioni dei sindaci, in particolare le ragioni che dicono la verità, e cioè che i piccoli Comuni e le piccole comunità non sono un peso di questo Paese, ma sono una straordinaria risorsa, i Sindaci dei piccoli Comuni non sono uno spreco di questo Paese: i Sindaci dei piccoli Comuni sono la certezza di un piccolo paese come il medico, il sacerdote o l’operatore sociale.

L’accanimento sulle piccole comunità che hanno creato ricchezza, lavoro, senso di solidarietà, senso di comunità, senso di unità nel Paese, l’accanimento contro le piccole comunità non può passare da un tavolo in cui l’ANCI è seduto.

Lo vogliamo dire con molta chiarezza: o ci sarà rispetto della storia o se viceversa la cosa sarà impostata in termini di sprechi dei piccoli Comuni noi non accetteremo nessuna soluzione condivisa. Noi vogliamo che venga riconosciuto questo straordinario patrimonio che, come ci ricordano spesso Mauro Guerra, Enrico Borghi e tutti quelli che ci lavorano costantemente, anche per numero in proporzione non è superiore a quello della Francia, della Germania o della Spagna.

Cerchiamo di individuare, nel riordino istituzionale, alcuni punti chiari perché i piccoli Comuni sono una risorsa. Poi riportiamo in quella sede – dovremo lavorarci in questi giorni e vedremo quale discussione ne verrà fuori – la proposta che fece l’amico e grande Presidente che mi ha preceduto, Sergio Chiamparino, insieme ai vertici dell’ANCI di considerare le Province come enti di secondo grado.

Poi viene la promozione delle città metropolitane. Grandi sindaci di grande città, come Michele Emiliano, come Piero Fassino e tutti gli altri, possono lavorare e costituire in ANCI un gruppo di lavoro straordinario. Questa riforma si può fare e si può fare subito.

Abbiamo novanta giorni per questa Commissione e non intendiamo sprecarli. Siamo pronti a sederci insieme al Governo, alle Regioni e agli altri enti locali per trovare una proposta che serva al Paese, non che serva all’ANCI.

Permettetemi di dire anche un’altra cosa. Qui a Brindisi siamo stati convocati anche per discutere dei servizi, del welfare. Come sapete, ne abbiamo discusso a Perugia, in quella manifestazione unitaria, una delle tante che abbiamo fatto insieme alle Regioni e alle Province. Come dicevo, ne abbiamo discusso in quell’occasione e abbiamo detto che vogliamo la certezza di ciò che ci viene richiesto. Vorremmo sapere qual è il nostro dovere sull’assistenza ai minori o sull’assistenza agli anziani. Vorremmo sapere quali sono le richieste, cioè, che lo Stato ci fa. Chiediamo che a quelle richieste corrisponda anche un pari trasferimento di risorse.

Non si può chiedere ai sindaci di far quadrare i bilanci delle case protette azzerando il Fondo per la Non Autosufficienza. Non si può chiedere ai sindaci di occuparsi dei minori disagiati, la cui spesa a carico dei Comuni è aumentata di quasi il 40% in media negli ultimi tre anni, senza avere un fondo per il sostegno alle responsabilità familiari.

Bisogna che ci diciamo queste cose. Non stiamo piangendo miseria, vogliamo sapere qual è il nostro dovere e vogliamo farlo fino in fondo. E vogliamo anche essere mandati a casa, se non siamo in grado di farlo. I nostri cittadini sono in grado di mandarci a casa quando è ora.

Il tema del welfare e dei servizi è un tema straordinario, ma non perché la spesa sociale sia troppa in questo Paese. No, la spesa sociale in questo Paese è inferiore al resto dell’Europa, quindi non si può dire che il problema è la spesa sociale. La si potrà riorganizzare. Non si può dire che il problema sia la spesa sanitaria. Si potrà migliorare, ma è ai livelli dei più grandi Paesi europei e anzi un po’ inferiore.

Noi vogliamo discutere del nostro welfare, di quello che crea comunità, di quello che crea vicinanza, di quello che ci consente di fare il nostro dovere. Ne vogliamo discutere, però, avendo ben chiaro quali sono i nostri compiti. Anche questo va chiarito nella Carta delle autonomia. Va inoltre stabilito che tutti i servizi, tutte le funzioni amministrative sono a carico dei Comuni e va stabilito come e con quali risorse i Comuni possono farvi fronte.

Questa è la sfida del federalismo, in fondo. Noi l’abbiamo accettata non per dividere il Paese, ma per avere più responsabilità ognuno nel suo territorio. La sfida del federalismo è esattamente questa, stabilire quali sono i tuoi doveri, quanto puoi spendere per eseguirli e venire punito se stai spendendo troppo.

Per questo noi diciamo che il nostro percorso sul federalismo è grandemente a rischio. L’abbiamo affermato più volte in questi mesi. In ANCI dobbiamo anche pensare, come ci ha ricordato Michele Emiliano anche in queste ore, a strutture che studino di più il problema di certe zone del Paese, dove tutto il tema delle risorse e dei servizi è un tema abbandonato. Abbiamo bisogno di ragionarne di più, ma per noi il federalismo è una sfida adesso difficile. Ci avevano detto che il federalismo partiva con le risorse pre-tagli 2010, ma in realtà il federalismo è partito con i tagli e poi ancora con nuovi tagli. Quindi, se si vuole ridiscutere di federalismo, si ridiscute di dove le risorse vengono allocate, nel momento in cui si definiscono le funzioni dei Comuni.

Noi non vogliamo elemosine, noi vogliamo poter rispondere ai diritti sacrosanti dei nostri cittadini di avere una casa dignitosa, di poter assistere l’anziano, di non dover abbandonare il lavoro, per le donne, quando la loro madre si ammala. Noi vogliamo questo, noi parliamo di questo. Non parliamo di politichese, non parliamo e non parleremo di riforma elettorale, non parliamo e non parleremo del colore delle nostre giacche. Ce le teniamo, ma qui in ANCI parliamo e parleremo con passione, come abbiamo sempre fatto, di come dare forza e vigore all’autonomia dei Comuni, perché questo vuol dire dare forza e vigore alle nostre comunità.

Questo è l’orgoglio che ci portiamo dietro in questo momento. Io vi dico subito che sono particolarmente onorato che i delegati abbiano votato il sindaco di una città di 175 mila abitanti. Sono onorato perché credo che sia un gesto di grande generosità da parte di coloro che più di me hanno titolo e capacità per ambire a questo posto. Sono onorato perché questo è un segno di attenzione verso le comunità molto piccole, verso le città capoluogo e, nello stesso tempo, di impegno. Nessuno dei grandi sindaci oggi dice di disimpegnarsi, anzi vuole fare un’ANCI più forte. Solo un’ANCI più forte può portare il tema dell’autonomia all’attenzione della politica di questo Paese, che è distratta da troppe cose non rilevanti. Solo un’ANCI più forte può fare più forte la nostra interlocuzione con le nostre comunità, può darci lo spunto per spiegare alle nostre comunità alcune cose che difficilmente a volte riusciamo a spiegare, ad esempio come mai c’è la crisi del trasporto pubblico, e così via. Solo un’ANCI più forte ci può consentire di sederci al tavolo con il Governo, a testa alta, senza timore, senza aver paura di chi sia l’interlocutore dall’altra parte.

Noi abbiamo litigato con il Governo Prodi, abbiamo litigato con il Governo Berlusconi. Da questo punto di vista, siamo molto democratici. Abbiamo sospeso i rapporti col Governo Prodi, che è un mio concittadino, quando Leonardo Domenici era Presidente dell’ANCI. Abbiamo avuto momenti di grande difficoltà, come sapete, con questo Governo.

La forza dell’Associazione è nell’impegno di tutti e nel capire che l’Associazione può essere il luogo per le opportunità di tutte le nostre comunità. Noi non abbiamo privilegi da difendere, lo sapete. Noi non abbiamo altro che il nostro spirito di sacrificio: molti di voi hanno rinunciato alla professione, hanno rinunciato al tempo da dedicare alla famiglia. Lo hanno fatto per spirito di servizio.

Con questo spirito, quello di essere a disposizione di tutti e di coinvolgere tutti il più possibile, ascoltando tutti, è con grande emozione che accetto questo incarico e vi prego, vi scongiuro di aiutarmi a portarlo a termine per la dignità che ha questa Associazione e che deve continuare ad avere.

Vi ringrazio tutti, ci ritroviamo qui domani mattina per lavorare.

Brindisi, 5 ottobre 2011, ore 21

3 contributi a “Discorso all’assemblea Anci”


  1. 1 bugaz

    Applausi!

  2. 2 Odilio

    Complimenti ottimo discorso e Buon Lavoro.

  3. 3 Maria Spèallanzani

    GRAZIE GRAZIANO, SEI UN GRANDE SINDACO

    Maria

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